Parla anche di un omicidio “eccellente” compiuto nell'ottobre del 1982 il pentito Andrea Mantella gettando così un fascio di luce sul mistero che ruota intorno alla morte di Nicola Purita, ritrovato carbonizzato nel portabagagli della sua Mercedes in località Ponte di Ferro ai confini tra Piscopio e San Gregorio d'Ippona. “Nicola Purita – rivela il collaboratore di giustizia tra i numerosi verbali allegati alla maxi inchiesta "Rinascita Scott" – era un grosso broker dell'eroina che trafficava in medicinali a Milano ed era in stretti rapporti con i Fiarè di San Gregorio d'Ippona. Per quanto io ne sappia lui è venuto meno ad un pagamento nei confronti di Rosario Fiarè tanto che da qualche anno non tornava da Milano in Calabria per timore di essere ucciso”.


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Da impiegato dell'ospedale di Vibo a "broker" della droga. Nicola Purita cinque anni prima aveva lasciato il suo posto di lavoro da addetto alle caldaie all'ospedale di Vibo per trasferirsi in un paesino in provincia di Milano dove divenne socio di alcune imprese edilizie. Ufficialmente era diventato un facoltoso imprenditore edile tanto da tornare in Calabria a bordo di auto di lusso, con gioielli e brillanti addosso, vestito all'ultima moda. Una manager che – secondo Mantella – sarebbe stato invece un broker della droga al servizio dei clan vibonesi. Uno dei suoi soci fu assassinato allo stesso modo (ucciso, caricato in auto e bruciato) solo alcuni mesi prima in Lombardia.

Il matrimonio al 501 e il "tranello". Per Mantella a consegnarlo ai Fiarè sarebbe stato Carmelo Lo Bianco. In particolare il “capo bastone” di Vibo avrebbe attirato in un tranello Purita facendolo scendere in città per partecipare al matrimonio della figlia in programma all'Hotel 501. “Era successo – prosegue nel racconto Mantella - che Carmelo Lo Bianco aveva fatto scendere per il matrimonio della figlia Nicola Purita, qualche giorno prima, consegnandolo a Rosario Fiarè che lo ha fatto ammazzare e bruciare in macchina, precisamente all’interno di una Mercedes, sotto il ponte di ferro, tanto che lo hanno dovuto riconoscere da un molare. Enzo Barba diceva che quanto successo non era giusto poiché la vittima li aveva sfamati. Paolino Lo Bianco giustificava il padre, confermandomi quanto successo, dicendo che non poteva fare altrimenti in quanto loro erano più forti”. Nel corso dell’attività investigativa svolta immediatamente dopo l'omicidio, fu escusso lo stesso Carmelo Lo Bianco che alle forze dell'ordine riferì di aver inviato Purita al matrimonio della figlia ma di aver appreso proprio nel corso del ricevimento al 501 quanto era accaduto. Nello stesso interrogatorio il boss di Vibo ha puntualizzato di aver invitato anche i Mancuso di Limbadi e che in loro rappresentanza si era presentato solo Luigi Mancuso. Dell'omicidio di Purita, Mantella ne avrebbe parlato direttamente con lo stesso Carmelo Lo Bianco qualche anno dopo: “Mi confermò – spiega agli inquirenti – che era stato costretto a farlo perché i Sangregoresi erano più forti militarmente con l'appoggio dei Mancuso. Mi ricordò che in occasione della nostra guerra con i Sangregoresi i miei parenti erano stati uccisi. Non mi disse chi lo aveva ammazzato materialmente ma mi confermò che Rosario Fiarè gli chiese il favore di consegnarglielo per ammazzarlo”.

Un anno di sangue. Di sicuro gli ultimi mesi del 1982 sono stati diversi i fatti di sangue che hanno contrassegnato la cronaca nera sull'asse Vibo-San Gregorio. “La sera del 3 dicembre – ricordano gli inquirenti - veniva trasportato, cadavere, nell'ospedale. civile di Vibo Valentia il 39enne Vincenzo Iannello di San Gregorlo d'lppona. l sanitari rilevavano che lannello era stato ucciso a colpi di arma da fuoco che lo avevano attinto alla regione mentoniera destra, all'emitorace posteriore destro, alla regione parietale destra e di striscio, due, alla regione frontale. Agenti del Commissariato di Polizia si recavano in San Gregorio di Ippona, frazione Mezzo Casale, e alla stregua delle sommarie informazioni testimoniali assunte accertavano che lannello era stato ucciso all'interno del "bar degli amici" nella sala da gioco (dove infatti rinvenivano 7 bossoli cal 7 ,65), mentre giocava a carte con Narciso Francesco, da un giovane dal volto coperto da un passamontagna che si era poi dato alla fuga assieme ad altro giovane, parimenti travisato, a bordo di una Fiat 127 bianca”. Il Commissariato riferiva delle indagini svolte con rapporto del 3 dicembre 1983, a carico di ignoti, concludendo che l'omicidio sembrava collegarsi a quelli precedenti di Nicola Purita e Vincenzo Natale, uccisi secondo le indagini dell'epoca “nel quadro della lotta per il controllo mafioso della zona rivendicata "dalla cosca emergente del Fiarè-Gasparro appoggiata dal Mancuso di Limbadi”.
Nel febbraio del 1990 un altro grave lutto colpiva la famiglia Purita. In località Torremezzapraia nel Comune di Curinga veniva scoperto infatti il cadavere carbonizzato del giovanissimi figlio di Nicola, Saverio di appena 12 anni. Per Mantella sarebbe stato ucciso da un pedofilo che tuttora abita a Vibo: “Il suo nome – fa mettere a verbale il pentito – è Columbro, credo Antonio”.

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