La strategia “pacifista” di Luigi Mancuso in rotta di collisione con le “nuove leve” di Vibo

Il profilo del “capo dei capi” della ‘ndrangheta vibonese, l’escalation di intimidazioni e i contrasti tra clan raccontati dal pentito Bartolomeo Arena

Lo chiamano il “Supremo” o “Zio Luigi”. E’ il capo dei capi della ‘ndrangheta vibonese, Luigi Mancuso, 65 anni, il super boss dell’omonima cosca di Limbadi. Per il gip distrettuale che ha firmato la monumentale inchiesta capace di azzerare i principali clan della provincia di Vibo, sopra di lui nell’area vibonese non c’è altro; “promotore, organizzatore, capo e finanziatore del sodalizio con compiti di decisione, di pianificazione delle strategie e degli obiettivi da perseguirsi, e delle azioni delittuose da compiere, della gestione dei rapporti e degli equilibri con i gruppi rivali, della protezione dei membri del proprio sodalizio”. Luigi Mancuso è il boss dei boss che – secondo l’accusa – dirige e organizza tutto, assumendo le decisioni più rilevanti, “impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati a lui subordinati, curando rapporti con le altre articolazioni dell’associazione ed i relativi capi, dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio da lui capeggiato, commissionando o consumando direttamente estorsioni, continuando a svolgere le sue funzioni di capo anche durante la detenzione, sia all’interno del carcere, sia all’esterno”. E’ il capo indiscusso della ‘ndrangheta vibonese con solidi rapporti con esponenti di altre articolazioni anche del reggino, in particolare con le cosche De Stefano e Piromalli, e con i “colletti bianchi” (professionisti, imprenditori, politici, appartenenti alla massoneria). Secondo quanto emerso dall’indagine con lui intratteneva rapporti diretti l’avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli.




Il super boss di Vibo. Luigi Mancuso è considerato dalle ‘ndrine e i locali del territorio un “punto di riferimento” per la trattazione delle questioni più delicate di interesse per l’intera organizzazione. Di lui parlano diversi collaboratori di giustizia. Vincenzo Marino lo definisce “vertice della ‘ndrangheta del Vibonese […] capo società di Limbadi ed è una delle poche persone che si poteva sedere al tavolo con le persone di San Luca”. Se in passato, i Mancuso vivevano una forte spaccatura interna, fonte di continui attriti tra i suoi stessi membri, dal 2012, anno della scarcerazione di “Zio Luigi”, il trend è stato in senso opposto. Il ritorno in libertà dello super boss ha segnato una nuova epoca per la cosca di Limbadi. A riprova della notorietà della sua strategia “pacifista” e del suo ruolo di “Supremo” negli ambienti della criminalità organizzata e della massoneria, ritornano una serie di conversazioni intercettate in cui si fa riferimento espresso all’autorevolezza di Luigi Mancuso, “apprezzato – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – sin da giovane per l’atteggiamento non aggressivo e tendente alla mediazione. La politica criminale così imposta, attraverso la concordia e il consenso, in effetti produceva effetti inimmaginabili, quali la condivisione, da parte tutti”.

La strategia “pacifista”. Il progetto di Luigi Mancuso, volto alla coesione, è stato ed è un progetto voluto e realizzato a trecentosessanta gradi, non solo all’interno della propria famiglia, andando a ripianare situazioni di crisi con i parenti, ma anche riconciliandosi e, dunque, ricompattando tutte le ‘ndrine operanti nel territorio di Vibo Valentia. Un leader lungimirante che avrebbe rinsaldato i rapporti con le storiche `ndrine “satellite” (i Lo Barba-Bianco, i La Rosa, gli Accorinti), strette relazioni con le più importanti cosche del territorio, quali Razionale-Gasparro, di San Gregorio d’Ippona, e superati contrasti storici quali quello con la famiglia “Bonavota” di Sant’Onofrio. “Un simile approccio – emerge dell’inchiesta – nella gestione delle relazioni e negli affari di ‘ndrangheta denota l’insuperato carisma criminale del boss, ben consapevole del fatto che una politica criminale improntata alla “guerra”, che genera “risse”, che alimenta discordia e contrasti è intrinsecamente fragile e mette a repentaglio la solidità del gruppo o dei gruppi criminali, sia dall’interno che dall’esterno. Dall’esterno, in quanto suscita le “attenzioni” delle forze dell’ordine e, dall’interno, perché non contribuisce alla compattezza, determina rivalità che possono portare o alla guerra (faide, contrasti armati, omicidi) o indurre alla scelta di collaborare con la giustizia”. A conforto di tale conclusione c’è quanto affermato dal neo pentito Bartolomeo Arena, appartenente storico alla ‘ndrina dei Pardea Ranisi, che ha optato per la rescissione del legame criminale proprio perché divenuto rischioso e insicuro a causa dei forti contrasti e del clima acceso venutosi a creare tra le locali operanti su Vibo Valentia e i territori limitrofi, in rotta di collisione con il progetto di Mancuso.

L’escalation di intimidazioni a Vibo. Lo stesso Arena, d’altronde, nel riferire sull’estorsione fatta ai danni della società Bartolini da parte – sostiene il pentito – di Mommo Macrì spiegava che ciò infastidì Luigi Mancuso che intervenne chiarendo la situazione con il boss Accorinti. “In particolare – afferma Arena – so che alcuni danneggiamenti come quello fatto alla Bartolini sono stati effettuati da Mommo Macrì (che mandava come esecutore materiale Filippo Orecchio) in accordo con Peppone Accorinti, situazione che non è stata gradita da Luigi Mancuso”. Nel corso del successivo verbale reso in data 5 novembre 2019, il collaboratore di giustizia dichiarava: “Filippo Orecchio è molto legato a Domenico Macrì, per conto del quale ha eseguito delle azioni delittuose, ha sparato alla filiale Bartolini ed all’esercizio commerciale Stocco&Stocco. In quel periodo (se non sbaglio risale a circa sei mesi fa) furono poste in essere diverse sparatorie nella zona di Vena – tutte più o meno nell’arco di una stessa settimana – delle quali i componenti del nostro sodalizio non erano a conoscenza. Faccio riferimento agli atti intimidatori nei confronti della filiale Bartolini ed all’esercizio commerciale Stocco&Stocco e di altre 3 o 4 attività commerciali. Poi siamo venuti a conoscenza che quelle sparatorie erano state poste in essere da Filippo Orecchio e Mommo Macrì. Tali azioni rientrano in accordi presi segretamente tra quest’ultimo e Peppone Accorinti. Ciò irritò Luigi Mancuso, il quale – continua Bartolomeo Arena – si interessò a tali vicende, anche perché alla Bartolini erano interessati anche i Bellocco (in particolare, sulla Bartolini vi erano gli interessi dei Bellocco e di Ciccio Mancuso “Tabacco”, perché evidentemente si trattava di un’estorsione già aggiustata da parecchio tempo). Così intervenne personalmente il Mancuso Luigi il quale ebbe un chiarimento con Giuseppe Accorinti”.

Una leadership indiscutibile e carismatica. Il ruolo apicale di Mancuso, ribadito anche nelle conversazioni intercettate più di recente tra i sodali più vicini a lui, non è stato mai in discussione, men che meno durante il periodo della sua irreperibilità, periodo in cui il boss avrebbe continuato ad incontrare gli appartenenti alle altre consorterie del territorio calabrese, curando in prima persona gli affari della cosca. “Certo è – sostengono gli inquirenti – che nel periodo in questione, il Mancuso, già attorniato da persone di stretta fiducia, ha potuto contare sulla vicinanza e sulla fedeltà di alcuni membri del sodalizio, quale Pasquale Gallone, Giovanni Giamborino e, tra gli insospettabili, l’avvocato Pittelli”.

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