'Ndrangheta, tutti gli uomini del "capo dei capi" Luigi Mancuso
Sopra di lui nessuno. Al vertice della ‘ndrangheta vibonese ci sarebbe lui, al secolo Luigi Mancuso, capo dell’omonima cosca di Limbadi. Per l’accusa, poi divenuta sentenza a seguito del processo, Mancuso sarebbe il super boss a capo di una sorta di direttorio criminale denominato “caddara” del quale farebbero parte i capi carismatici della ‘ndrina di San Gregorio d’Ippona, Saverio Razionale e Rosario Fiarè, oltre a quella di Zungri, Giuseppe Antonio Accorinti. Gli inquirenti lo definiscono un cartello ‘ndranghetistico trasversale che "assumeva le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati (persino ricorrendo all'omicidio, se necessario), dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio, soprattutto in relazione ai comuni interessi illeciti, come quelli relativi alla gestione di ingenti somme di denaro, di carichi di armi, di attività economiche".
Tutti gli uomini del super boss. Luigi Mancuso sarebbe quindi il "capo crimine" dell’intera area vibonese e, ovviamente, il vertice dell’articolazione di Limbadi. Sotto di lui, secondo quanto emerge dalle carte della maxi inchiesta Rinascita, opererebbero una trentina di uomini tra luogotenenti, ambasciatori, semplici sodali. Tra di loro numerosi imprenditori e anche qualche insospettabile professionista. Il suo principale braccio destro sarebbe stato Pasquale Gallone, indicato con il ruolo di co-organizzatore dell’associazione e come l’uomo delegato a veicolare le direttive ai sodali e le istanze da trasmettere a Mancuso. Un ruolo che ricopriva con l’ausilio del figlio Francesco e di un altro Gallone, Cristiano. Entrambi avrebbero vestito i panni di ambasciatori e il primo, in particolare, si sarebbe occupato della bonifica e del controllo delle auto utilizzate dal capo dei capi durante i suoi spostamenti. Un compito che avrebbe svolto anche l’attuale collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso per il quale si procede separatamente. A fornire le auto sarebbe stato l’imprenditore Pasquale Tavella dell’impresa Car 2000 che - secondo l'accusa - permetteva agli affiliati di aver macchine sempre diverse per rendere più difficoltose intercettazioni e indagini. A fare da autista al super boss sarebbero stati Giuseppe Rizzo e Giuseppe Mancuso, classe 1990. Un altro Rizzo, Giovanni (classe 1972) si sarebbe occupato dell’acquisto e del reperimento di armi e munizioni per conto della cosca mentre l’altro Giovanni Rizzo, classe 1982, avrebbe curato i contatti tra Luigi Mancuso e Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, finché quest’ultimo è stato in libertà.
Gli anelli di congiunzione tra il boss e gli imprenditori. Per gestire gli affari sul territorio e risolvere le varie questioni di natura economica e commerciale Luigi Mancuso si sarebbe avvalso di Gianfranco Ferrante, Giovanni Giamborino, Gaetano Molino ed Emanuele La Malfa. Sarebbero stati loro a mantenere i rapporti con gli imprenditori vicini alla consorteria. Giamborino avrebbe mantenuto per conto del gruppo i rapporti con Saverio Razionale e con i cosiddetti “colletti bianchi” (professionisti, imprenditori, politici e appartenenti alla massoneria). Vincenzo Spasari e il figlio Saverio Antonio avrebbero collaborato nella soluzioni delle diatribe tra gli imprenditori vicini ai clan. Tra le persone coinvolte nell’inchiesta figura anche l’ex sindaco del Comune di Nicotera Salvatore Rizzo, ritenuto vicino a Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni. Per gli inquirenti avrebbe assicurato la penetrazione della cosca nell’acquisizione e nella gestione di attività imprenditoriali in campo ricettivo come nel caso del villaggio Valtur di Nicotera. Rizzo avrebbe anche aiutato Luigi Mancuso a nascondersi e a muoversi sul territorio nel periodo in cui era sorvegliato speciale. Secondo l’accusa Giuseppe Moisè e Domenico Preiti avrebbero invece collaborato alla soluzioni di questioni relative a vicende contrattuali relative alla compravendita di terreni mentre Goffredo Cannizzaro avrebbe messo a disposizione di Luigi Mancuso la propria abitazione di Caroni per tenere summit ed incontro tra i sodali. Ad assistere il capo dei capi durante la sua irreperibilità sarebbe invece stata la nipote Silvana Mancuso.
I "colletti bianchi". Tra gli imprenditori ritenuti vicini a Luigi Mancuso figurano Antonio Giuseppe Tomeo coamministratore della “Tomeomare srl” con sede legale a Nicotera Marina ma anche Vincenzo Alberto Maria Renda, comproprietario della società “Genco Carmela e figli srl” e titolare degli immobili relativi al villaggio denominato "Tropea Baia di Riaci", sito a Ricadi nonché amministratore unico delle società "Calfood Srl" e "Itc Srl",entrambe con sede legale in Vibo; i fratelli Mario e Umberto Maurizio Artusa che avrebbero reimpiegato il denaro della cosca nella loro attività societaria; i costruttori Francesco e Domenico Ubaldo Naso, titolari di alcune imprese con sede a Limbadi e a Nicotera; Salvatore e Pantaleone Contartese, considerati gli effettivi gestori della “Drillcon sas”, un società con sede a Limbadi attiva nel settore delle trivellazioni; l’imprenditore Angelo Restuccia, amministratore della “Restuccia Costruzioni spa” con sede a Filandari che avrebbe devoluto alla cosca somme di denaro prestabilite a scadenza temporale; i commercianti Antonio Scrugli titolare della “Naturella Frutta” di Vibo; Andrea Prestanicola, titolare del “Mi Ami” di Pizzo; Michael Joseph Pugliese, amministratore della “Latteria del Sole” di Vibo e Antonio Prestia, gestore di fatto della “Pre.Coitalia srl” con sede a Mesiano di Filandari.
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