Scacco alla ‘ndrangheta del Vibonese, ricostruiti dalla Dda quattro omicidi

Dalle indagini dell’inchiesta “Rinascita Scott” coordinata dalla Dda di Catanzaro emergono dettagli significativi sulle numerose guerre di mafia avvenute in ambito provinciale

Una ‘ndrangheta di serie A, capace di infiltrarsi nell’imprenditoria, con meccanismi sempre più sofisticati, grazie al contributo di professionisti collusi e dimostrata dalle numerose fittizie intestazioni documentate dalle indagini e da svariate operazioni di riciclaggio svolte nella provincia vibonese. Questo è quanto emerge dalle indagini dell’operazione “Rinascita Scott”, messa a segno questa mattina dai carabinieri su input della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.




Una ‘ndrangheta impegnata anzitutto ad arricchirsi. Dalle indagini emergono “l’acquisto di strutture turistico-alberghiere, bar, ristoranti, imprese operanti nel settore alimentare e della distribuzione, e con investimenti nel settore immobiliare svolti da soggetti prestanome, nonché con la partecipazione ad aste pubbliche per l’acquisto di terreni, immobili, autovetture di pregio, tramite terzi soggetti”. Addirittura, a Roma “la creazione di una rete di negozi operanti nel settore calzaturiero e l’apertura di una fabbrica, attraverso un circuito societario facente capo a società di diritto britannico controllate da articolazioni dell’associazione”, a San Giovanni Rotondo l’acquisto di una struttura turistico-alberghiera in società con imprenditori lombardi in difficoltà economiche”, all’estero (Regno Unito) tramite la creazione di reti societarie, necessarie a simulare operazioni commerciali per ripulire il denaro di provenienza delittuosa, successivamente investito in imprese operanti nel territorio italiano.

Gli inquirenti hanno svelato gli obiettivi più o meno immediati delle cosche: l’accaparramento di terreni rurali nella provincia vibonese ottenuto con modalità estorsive; la sistemica pressione estorsiva svolta nei confronti dei commercianti e degli imprenditori, costretti, in cambio della protezione, a garantire la consueta messa a posto ammontante, di massima, al 3% del valore dei lavori svolti, l’assunzione di personale segnalato dalle cosche e l’imposizione di forniture; l’usura svolta in modo massivo nei confronti di commercianti ed imprenditori in difficoltà; il traffico di sostante stupefacenti; la commissione di danneggiamenti perpetrati tramite incendi ed esplosioni di colpi d’arma da fuoco; il controllo mafioso dei servizi funerari”.

Ovviamente, da non sottovalutare gli agguati mortali. Documentati dall’inchiesta ben 4 omicidi e tre tentati omicidi: in primis, l’uccisione di Antonio Lo Giudice e di Roberto Soriano, uccisi a Filandari il 6 agosto 1996, ad opera degli indagati Saverio Razionale e Giuseppe Antonio Accorinti, in concorso con altre persone non identificate. Il duplice omicidio sarebbe stato deciso da Razionale in risposta ad un tentativo di omicidio subito ad opera di Soriano, derivante da dissidi insorti tra lo stesso Razionale e Giuseppe Mancuso, detto Mbrogghia.

Fatta luce anche sull’omicidio di Nicola Lo Bianco, ucciso a Vibo Valentia, il 3 maggio del 1997, ad opera dell’indagato Gianfranco Ferrante, in concorso con altre persone non meglio identificate. Il movente sarebbe da ricondursi a dissidi in ordine al narcotraffico.

I carabinieri sono risaliti anche all’omicidio di Alfredo Cracolici, esponente apicale dell’omonima ‘ndrina, inteso Lele Palermo, avvenuto a Vallelonga (VV) l’8 febbraio, ad opera di Antonio Ierulo e Domenico Bonavota, in una strategia espansionistica della cosca Bonavota.

Tre i tentati omicidi: “quelli di Antonio Franzè e Carmelo Pugliese, avvenuti a Vibo Valentia, rispettivamente il 27 ed il 28 settembre 2017, ad opera di Domenico Macrì, detto Mommo. Entrambi gli episodi sono stati ricondotti ad uno scontro interno alla locale di Vibo Valentia città tra esponenti delle ‘ndrine dei Ranisi e dei Cassarola, alimentato dal tentativo di Macrì, di assurgere ad un ruolo verticistico. Da non sottovalutare, il tentato omicidio di Alessandro Sicari, avvenuto a Vibo Valentia il 21 gennaio dello scorso anno, ad opera di Domenico Macrì e Marco Ferraro che volevano punire la vittima, anch’ella legata allo stesso contesto criminale, per la sottrazione di una pistola.