Il killer sanguinario e le talpe in Dda: "Così i Bonavota sono diventati una potenza"
La Corte d’assise d’Appello di Catanzaro gli aveva concesso i domiciliari ma a casa Francesco Salvatore Fortuna, 39 anni di Sant'Onofrio, ci è rimasto davvero poco. Tra le oltre trecento persone arrestate nella maxi operazione denominata “Rinascita Scott” c’è anche lui, l’uomo che per gli inquirenti sarebbe il “killer” dei Bonavota, il potente clan di Sant'Onofrio. Era in carcere da tre anni dopo essere stato arrestato nel gennaio del 2016 per l’omicidio di Domenico Di Leo, alias “Micu i Catalanu, ucciso nel luglio del 2004. Ad incastrarlo era stata la comparazione tra il Dna estrapolato da un guanto di lattice, rinvenuto all’interno dell’auto utilizzata dal commando, sovrapponibile al profilo genetico del 39enne. Condannato in primo grado, nel febbraio dello scorso anno era stato invece assolto in Appello per “non aver commesso il fatto”. I giudici hanno accolto la tesi della difesa che aveva sostenuto la mancata validità dell’esame ritenuto “assolutamente e scientificamente non esatto” in quanto non applicata la procedura prevista e non rispettati i protocolli internazionali.

"Killer sanguinario". Fortuna, ritenuto dagli inquirenti organico al clan Bonavota, è accusato di un altro omicidio, quello che costò la vita a Raffaele Cracolici, alias “Lele Palermo”, ucciso nel maggio del 2005 a Pizzo. Secondo l’accusa sarebbe stato tra gli esecutori materiali dell’agguato e secondo le ricostruzioni del pentito Raffaele Moscato nell’ambiente criminale di lui si raccontava che era molto bravo con il kalashnikov: “Tutti mi dicevano che Francesco Fortuna è un sanguinario, nel senso che aveva fatto parecchi omicidi, me lo dissero in particolare Francesco Scrugli, Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo".
Le dichiarazioni di Arena e le "talpe". Secondo quanto riferito da Moscato quando si trattava di compiere degli omicidi, i vertici del clan di Sant'Onofrio incaricavano proprio lui e di quest’ultimo parla, oltre ad Andrea Mantella, anche il nuovo pentito Bartolomeo Arena che ne traccia il profilo: "Ha raggiunto l'apice del sodalizio a seguito della sua partecipazione all'eliminazione materiale dei nemici dei Bonavota e si e prodigato per loro in vari modi ed in tutti i settori. Ricordo che poco prima del suo ultimo arresto mi propose di fornirmi un chilogrammo di cocaina e di venderla su Vibo dividendone i proventi. Allo stesso tempo mi disse che aveva anche realizzato una piantagione di marijuana dalla quale avrebbe ricavato circa quindici chilogrammi di erba, proponendomi lo stesso sistema di vendita e di spartizione dei proventi della cocaina”. Bartolomeo Arena racconta poi un particolare inquietante: Francesco Fortuna era molto guardingo, non dormiva mai a casa perché temeva di essere arrestato. “Lo arrestarono – riferisce il pentito - qualche giorno dopo il nostro incontro (parlo dell'ultimo suo arresto). Il suo timore - probabilmente legato all'omicidio Di Leo - derivava evidentemente da qualche notizia che il clan Bonavota aveva ricevuto sulle indagini in corso e che fino a non molto tempo fa, sicuramente in un'epoca precedente all'arrivo del procuratore Gratteri a Catanzaro, i Bonavota riuscivano a sapere qualcosa delle attività investigative antimafia, mentre adesso dalla Dda di Catanzaro non si riesce a sapere più nulla. Anche Giuseppe Fortuna, fratello di Francesco, nel 2013 ebbe a dirmi che aveva avuto notizie delle indagini della Dda nei confronti miei e di mio zio Domenico Camillò, che saremmo stati intercettati mentre manifestavamo la nostra intenzione di mettere a posto la Locale di Vibo Valentia”. I pentiti lo descrivono come uno molto bravo con le armi. Avrebbe proposto ad Arena anche l’acquisto di un bazooka e di un lancia missili: “Io rifiutai - sostiene il collaboratore di giustizia - perché non ero in grado di utilizzare bene tali armi mentre sapevo che lui era molto bravo con queste armi speciali”.
Il ferimento di Franzè e lo scambio di "favori". Il presunto killer veniva utilizzato dai Bonavota per fare favori anche fuori dal territorio di competenza. Così i Bonavota sarebbero riusciti a diventare una "potenza militare" aumentando il loro prestigio all'occhio delle altre 'ndrine. Arena rivela: "Mi è stato riferito che Francesco Fortuna a sparare all'indirizzo di Antonio Franzè, cognato di Andrea Mantella, dopo che il Franzè aveva scoperto la relazione che Mantella aveva con una cognata. So anche che Salvatore Mantella era stato incaricato del recupero di Francesco Fortuna a seguito di un omicidio che doveva compiere quest'ultimo ad Isola Capo Rizzuto. il Mantella si recò nel luogo dove avrebbe dovuto effettuare il recupero, ma non notando Fortuna se ne andò. Per tale motivo quest'ultimo intendeva uccidere Salvatore Mantella in quanto lo aveva lasciato nel luogo in cui aveva perpetrato un omicidio. Successivamente intervenne Andrea Mantella il quale chiese a Fortuna di non uccidergli il cugino. Ciò avvenne nel periodo in cui Scrugli e Mantella erano molto legati ai Bonavota. Si dice che Francesco Fortuna abbia perpetrato degli omicidi per conto dei Bonavota anche a San Luca. In generale i Bonavota per stringere alleanze con altre consorterie 'ndranghetistiche operanti in diversi territori calabresi si impegnavano a commettere omicidi fuori zona e per questo utilizzavano Francesco Fortuna".
