C'è chi ha trascorso il Natale in carcere e chi invece è riuscito a sfuggire alla cattura e il 25 dicembre l'ha passato in libertà, braccato dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo. Non sono molti e alla spicciolata, li stanno prendendo tutti, uno dietro l'altro. Oltre ai fratelli latitanti Pasquale e Domenico Bonavota, considerati i capi dell'omonima famiglia di 'ndrangheta egemone a Sant'Onofrio e dintorni, di cui da mesi si sono persi le tracce, risultano allo stato irreperibili una decina di indagati destinatari dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip distrettuale di Catanzaro Barbara Saccà su richiesta della Direzione distrettuale antimafia che ha coordinato la monumentale inchiesta denominata "Rinascita Scott".







    Sulle tracce di Salvatore "l'Americano". Tra i più pericolosi in circolazione c'è Salvatore Morelli, alias "Turi l'americano", nato a Vibo il 13 ottobre del 1983, ritenuto esponente di primo piano della 'ndrina dei "Ranisi", già luogotenente di Andrea Mantella, l'ex boss "scissionista" oggi collaboratore di giustizia. A tracciarne il profilo è proprio quest'ultimo: "Posso affermare - racconta agli inquirenti il pentito - che, quando sono stato carcerato per l'ultima volta, sul territorio il potere lo lasciai a Salvatore Morelli e ai due miei cugini, Vincenzo e Salvatore Mantella, i quali si servivano degli altri appartenenti al gruppo, ovvero Domenico Tomaino detto "U Lumi", Antonio Pardea, che so avere due nomi, forse Francescantonio, più altri ragazzi di cui si serviva Morelli, oltre al Tomaino e a Pardea". Morelli è pure indicato da Mantella come il soggetto che prevalentemente trattava il traffico di sostanze stupefacenti per conto del suo gruppo. "Io non ho mai lavorato la droga, per me - aggiunge Mantella - la trattavano Salvatore Morelli, Antonio Pardea e Francesco Macrì, quello che è morto in un incidente stradale. La droga noi la prendevamo da Pasquale Bonavota e da Saverio Razionale che ne trattava tantissima". Su Salvatore Morelli riferisce anche l'altro pentito, Bartolomeo Arena, il quale lo inquadra come colui che individuava le imprese alle quali chiedere denaro a titolo di estorsione e indicandone come dote posseduta quella della "Stella". "Morelli - afferma Arena - ha commesso unitamente ai Piscopisani un tentato omicidio ai danni dei fratelli Bellissimo di Soriano. E' legatissimo a Fiorillo Michele detto "Zarrillo" al punto che quando era fuori quest'ultimo il Morelli era più vicino ai Piscopisani che a Vibo Valentia, dal punto di vista criminale. I Piscopisani si fidavano ciecamente di lui".

    Caccia Saro "Cassarola". Tra i presunti capi attualmente irreperibili non passa inosservato il nome di Rosario Pugliese, alias "Saro Cassarola", classe 1966, ritenuto esponente di vertice dell'omonima 'ndrina operante nel quartiere Affaccio di Vibo. Sul suo conto Andrea Mantella dichiara: "E' un usuraio, anche se per un periodo è stato sotto usura da parte di Francesco Fortuna, esponente dei Bonavota. Ho saputo che di recente unitamente al figlio ha avuto dei rapporti con Emanuele Mancuso nel traffico di sostanze stupefacenti. So che ha anche un silos per lo stoccaggio di carburanti, anche se non so la zona dove è ubicato. E' attualmente attivo nel settore dell'onoranze funebri in società con Orazio Lo Bianco, soggetto che ha compiuto numerosi illeciti al cimitero di Vibo, grazie alla compiacenza dei custodi e in particolare di tale Francolino. Nello specifico si appropriavano di cappelle di proprietà di soggetti che si trovavano fuori Vibo e che non le utilizzavano più, per poi rivenderle. Non so - aggiunge Mantella - se Saro Cassarola era ufficialmente socio di Orazio Lo Bianco o se fosse un socio occulto. Ultimamente hanno perso un po' di potere ed il cimitero è passato in mano a Mommo Macrì (nel caso in cui si deve realizzare una cappella pretende una parte dei proventi a titolo di estorsione per l'esecuzione dei lavori)". Secondo Mantella, "Saro Cassarola" sarebbe affiliato alla 'ndrangheta con il grado della "Santa" e sarebbe stato sempre presente alle riunioni della "società maggiore". Il collaboratore di giustizia lo accusa ance di essere uno dei responsabili dell'omicidio di Antonio Pardea: "Pugliese Rosario e Domenico Pirolammi sono responsabili dell'omicidio di Pardea Antonio, avvenuto anche questo negli anni '80, per via del fatto che aveva una relazione con la moglie di Domenico Piromalli. Il Pardea è stato ucciso all'interno di un'officina. Il fatto - precisa Mantella - mi è stato raccontato dallo stesso Rosario Pugliese, da Carmelo e Paolino Lo Bianco e da mio cognato Franzè Antonio. Per questi omicidi fu data la dote di Sgarrista a Pugliese Rosario, mentre Domenico Piromalli lo era già".

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