Imprenditori falliti, considerati affiliati al clan Mancuso, un’avvocato del foro di Catanzaro e un prestanome. Sono i protagonisti della turbativa d’asta che vede da un lato i fratelli Mario, Maurizio Umberto Artusa, che cercano di rientrare in possesso di un’auto Range Rover, (a seguito della sentenza di fallimento del Tribunale di Vibo della loro società “A. srl” emessa il 29 ottobre 2014”) e dall’altro un curatore fallimentare, l’avvocato Emma Scarpino, che avrebbe dato loro delle dritte per riottenere il bene.




La gara on line.  Il 27 giugno 2016 sul sito Astemobili.it era stata avviata la gara telematica per la vendita all’asta di una serie beni, tra cui l’auto, e i fratelli Artusa avrebbero tentato, secondo quanto riportato nelle carte di Rinascita Scott, di rientrare in possesso del beni oggetto della procedura fallimentare mediante una testa di legno Antonio Lopez Y Royo per scoraggiare eventuali tentativi di vendita da parte di terzi.  In vista della  chiusura dell’asta giudiziaria on-line, gli Artusa cercavano di capire come poter recuperare la macchina e  in una conversazione intercorsa con Gianfranco Ferrante, questi suggeriva loro di far presentare da una persona compiacente un’offerta più alta rispetto a quelle già presentate all’asta,  per eliminare l’auto dell’asta on line e procedere a trattativa privata, accordandosi anche con la curatrice fallimentare.

Le strategie per rientrare in possesso dell’auto. Tra i vari offerenti figurava il nome di Francesco Ruffa cognato di Saverio Razionale e titolare di un’autosalone: gli  stessi Artusa avrebbero ipotizzato di contattarlo per poi far sì che la macchina venisse aggiudicata al cognato di Razionale chiedendogli di trasferirla agli Artusa dopo averla acquistata in via definitiva.  Ferrante avrebbe raccomandato i due fratelli  di sentire l’avvocato Scarpino per chiarire i passaggi da seguire. Dal canto suo Scarpino, in qualità di curatore fallimentare, avrebbe suggerito ai debitori falliti come far saltare l’asta on line, consigliando loro, secondo quanto risulta da una conversazione tra  Mario Artusa e il direttore dell’Istituto vendite giudiziarie di Vibo Alfredo Triglia, di presentare un’offerta all’asta telematica per aggiudicarsi il bene senza poi ritirarlo, inducendo di fatto il curatore ad andare in trattativa privata e avanzare un’altra offerta  inferiore a quella on line. Lo stesso Triglia nella conversazione fa riferimento ad una telefonata ricevuta dalla Scarpino il giorno prima di incontrare Mario Artusa, contenuto della conversazione riscontrata in un colloquio tra Pasquale Gallone, Artusa,  Gregorio Gasparro e il fratello della persona che si era aggiudicato i beni in seguito a trattativa privata.  Artusa riferiva di essere stato rimproverato dalla Scarpino che lo avrebbe etichettato come un coglione per essersi lasciato scappare l’occasione di rientrare nella disponibilità della macchina, aggiungendo che aveva rifiutato altre offerte, ma questa di 19mila euro non avrebbe potuto farlo: “se io rifiutavo questa offerta qua di 19mila, a me a perdere tempo… mi arrestavano… perché io questa qua la posso rifiutare di 15mila e aspetto, di 19 non la posso rifiutare, quindi la macchina se la sono presa.  Una volta acquisita questa notizia, i fratelli Artusa avrebbero costretto Francescantonio Mondella, aggiudicatario dell’auto, a trasferire la macchina a Ruffa, che avrebbe poi dovuto darla ai fratelli Artusa.

Il capo di accusa. Emma Scarpino, Gianfranco Ferrante in qualità di ideatori morali, Mario Artusa, Maurizio Umberto Artusa e Antonio Lopez Y Royo in qualità di coautori materiali, rispondono in concorso di turbata libertà degli incanti, aggravata dall’aver agevolato l’associazione mafiosa dei Mancuso.

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