'Ndrangheta: il potere sulla città di Vibo nei nuovi verbali di Andrea Mantella
Il nuovo collaboratore di giustizia vibonese continua a "vuotare il sacco" con gli inquirenti chiarendo diversi episodi criminali con epicentro la città capoluogo
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E’ un fiume in piena Andrea Mantella e dal deposito nel processo “Black money” contro il clan Mancuso in corso dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia del verbale con le trascrizioni integrali dell’interrogatorio reso il 19 luglio scorso dinanzi al pm Marisa Manzini, si ricavano molti particolari inediti che non era stato possibile cogliere nel precedente verbale depositato in forma riassuntiva.

Innanzitutto, dinanzi al pm Marisa Manzini, Andrea Mantella chiarisce la data dell’inizio della sua collaborazione con la giustizia: 4 maggio 2016. Detenuto dal 6 luglio 2011, Mantella ha riacquistato la totale libertà il 14 giugno 2016 avendo terminato di scontare le condanne definitive rimediate per le operazioni “Nuova Alba” e “Goodfellas”. Quindi, il 44enne vibonese spiega di essere stato affiliato alla ‘ndrangheta nel 1988 all’età di 16 anni per volere di Carmelo Lo Bianco (cl. ’32), detto “Piccinni”, boss dell’omonimo clan deceduto in carcere nel 2014, il quale all'atto dell'affiliazione avrebbe dato a Mantella, per portarlo in “copiata”, il nome del boss Antonio Mancuso (cl. ’38).


Mantella – già condannato quale esponente di spicco del clan Lo Bianco-Barba di Vibo Valentia - ribadisce che i vertici del clan Mancuso erano costituiti dai fratelli Antonio, Giovanni (cl. ’41) e Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta” (cl. ’47), deceduto lo scorso anno, con un ruolo di spicco nel clan anche da parte dei due cugini omonimi Pantaleone Mancuso, entrambi del ’61, uno detto “l’Ingegnere”, residente a Nicotera superiore, l’altro detto “Scarpuni” residente a Nicotera Marina. Ai Mancuso Andrea Mantella riconosce un ruolo verticistico all’interno della ‘ndrangheta vibonese con un potere che definisce come “assoluto” anche su Vibo Valentia città.

L’ordine dato a Mantella dal boss Lo Bianco di attentare alla vita di Roberto Piccolo. Mantella a questo punto racconta al pm alcuni particolari su un fatto di sangue che nei primi anni ’90 per le modalità fece scalpore a Vibo Valentia e di cui Zoom24 aveva già anticipato – prima ancora delle dichiarazioni rese dal pentito il 19 luglio scorso – il fatto che il nuovo collaboratore di giustizia su tale aspetto avrebbe potuto chiarire molte cose (LEGGI QUI: 'Ndrangheta: Andrea Mantella collabora con la giustizia. Trasferito a Rebibbia). Si tratta della sparatoria nei pressi del cinema Valentini fra lo stesso Andrea Mantella e Roberto Piccolo, quest’ultimo nativo di Stefanaconi ma cresciuto sin da piccolo a Nicotera Marina e ritenuto dagli investigatori un elemento del clan Mancuso. Mantella riferisce ora sia in ordine ai mandanti che alla causale della sparatoria, con l’ordine di attentare alla vita di Roberto Piccolo che gli sarebbe stato impartito dal boss Carmelo Lo Bianco poichè Roberto Piccolo – spiega il collaboratore di giustizia al pm – avrebbe “sparato in compagnia di Raimondo, di cui adesso mi sfugge il cognome, a Santo Lico, il costruttore, l’imprenditore lì su Vibo Valentia –sottolinea Mantella - e questo imprenditore era nelle mani di Antonio Mancuso, che loro chiamano zio Antonio Mancuso, e in quell’occasione io rimasi ferito per mano di Roberto Piccolo, sia io che Renato Furlano”. Mantella indica quindi anche il complice (Renato Furlano) che avrebbe preso parte alla sparatoria contro Roberto Piccolo, con quest’ultimo che sarebbe stato pronto a rispondere al fuoco ferendo i due vibonesi. A sua volta, Carmelo Lo Bianco avrebbe dato ordine a Mantella di attentare alla vita di Roberto Piccolo per fare un favore ad Antonio Mancuso.

La simulazione delle malattie. Mantella, detenuto per un periodo agli arresti domiciliari nella clinica “Villa Verde” di Donnici (Cs), è stato ristretto pure nel carcere di Torino dove racconta di aver incontrato il boss Antonio Mancuso, alle prese con certificati medici e visite sanitarie nel tentativo di lasciare il carcere. Lo stesso Mantella racconta al pm di aver simulato crisi depressive nel carcere di Torino nel tentativo di ottenere gli arresti domiciliari.


Mantella accusa Mario De Rito. Assolto in appello dal processo “Black money” e già in primo grado dal processo “Odissea”, Mario De Rito viene indicato dal collaboratore come cognato di Salvatore Mantella, quest’ultimo primo cugino di Andrea Mantella. Il pentito spiega che Mario De Rito avrebbe nutrito il timore di essere ucciso sia dal gruppo dello stesso Mantella, sia dal gruppo di Giovanni Mancuso. Mario De Rito avrebbe così aiutato Giovanni Mancuso – a detta di Mantella - nell’attività di usura, pur senza avere una forte influenza sul territorio. “E’ uno che non sa uccidere delle persone – spiega Andrea Mantella parlando di De Rito - e quindi faceva delle estorsioni sul solo territorio di Vena, dividendo i proventi al 50% con il mio gruppo e al 50% con Giovanni Mancuso. De Rito era bravo a fare danneggiamenti”.

Mantella e Giuseppe Pugliese Carchedi. Il nuovo pentito non risparmia dal chiamare in causa pure Giuseppe Pugliese Carchedi (in foto a sinistra), di Vibo Valentia, ucciso all’età di 26 anni il 17 agosto 2006 lungo la provinciale che collega Pizzo a Vibo Marina. Un omicidio che a distanza di dieci anni resta ancora del tutto impunito. Secondo Mantella sarebbe stato proprio Giuseppe Pugliese Carchedi a sparare ad un negozio di generi alimentari (fratelli Zaccaria di Piscopio) ubicato a Vibo nei pressi della frutteria dei familiari dello stesso Mantella. Giuseppe Pugliese Carchedi, a detta del collaboratore, avrebbe fatto parte del suo gruppo ed il negozio sarebbe stato sparato per imporre un’estorsione.

Dopo l’ntimidazione, gli Zaccaria si sarebbero però rivolti – racconta Mantella – a Giuseppe Mancuso (in foto a sinistra) di Limbadi, figlio di Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”. Alla fine, l’estorsione sarebbe stata divisa a metà: 5 mila euro per il gruppo Mantella e 5 mila euro per Giuseppe Mancuso. Sempre Giuseppe Mancuso, a detta di Mantella, avrebbe poi messo una tanica di benzina ad un rivenditore di moto di Vibo Valentia, vicenda per la quale sarebbe intervenuto Francesco Scrugli al fine di ridimensionare le pretese del “rampollo” di Limbadi ed evitare così “abusi” sulla città capoluogo. (g.b.)
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