'Ndrangheta: il pentito lametino Gennaro Pulice accusa il vibonese Andrea Mantella
I racconti del collaboratore di giustizia Pulice sugli incarichi di morte commissionati a Mantella dai cognati Giampà. Il ruolo dei Mancuso sull'asse Vibo-Lamezia
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di GIUSEPPE BAGLIVO
Laurea in Giurisprudenza, 38 anni, di Lamezia Terme, con un ruolo di peso nel clan dei Cannizzaro-Da Ponte di Sambiase, Gennaro Pulice da oltre un anno ha deciso di tagliare ogni legame con la criminalità organizzata lametina e di "saltare il fosso" per collaborare con la giustizia. Un vero "fiume in piena" dinanzi al pm della Dda di Catanzaro, Elio Romano, che sta andando a fondo sulle dinamiche della 'ndrangheta di Lamezia Terme "scandagliando" diverse azioni omicidiarie compiute o programmate nell'ambito della guerra di mafia scoppiata fra i Cannizzaro-Da Ponte, a loro volta alleati ai potenti Iannazzo di Sambiase, ed il clan dei Torcasio. E' in questo contesto che Gennaro Pulice racconta al pm antimafia Elio Romano anche delle "missioni di morte" commissionate al vibonese Andrea Mantella, 44 anni, elemento di spicco del clan Lo Bianco di Vibo Valentia, ma al tempo stesso cognato dei Giampà di Lamezia Terme e che da qualche mese ha intrapreso pure lui la via della collaborazione con la giustizia.

Mantella doveva uccidere Pulice. Siamo in piena "guerra di mafia" a Lamezia Terme ed il gruppo Cannizzaro-Da Ponte, alleato ai Iannazzo di Sambiase, ha già eliminato diversi componenti di spicco del clan rivale dei Torcasio. A casa di Vincenzo Bonaddio, cognato di Francesco Giampà, alias "Il Professore", quest'ultimo capo storico dell'omonimo clan di Nicastro da anni detenuto per scontare condanne definitive, si presentano nel 2003 Gennaro Pulice ed un altro elemento di peso del clan Cannizzaro-Da Ponte, vale a dire il lametino Bruno Gagliardi. L'intenzione è quella di uccidere Vincenzo Bonaddio, ma a casa del cognato del "Professore", ci sono in quel momento anche la moglie ed i figli. Pulice e Gagliardi desistono così dal compiere l'omicidio di Bonaddio e si mettono invece a discutere con lo stesso del controllo e della gestione delle estorsioni su alcuni cantieri della zona di Lamezia. Pulice racconta quindi di aver invitato Vincenzo Bonaddio a far sì che l'intero clan Giampà la smettesse di "prendersi i meriti per le eliminazioni dei Torcasio" che invece erano stati uccisi dai Cannizzaro-Da Ponte-Iannazzo. Gennaro Pulice racconta però che anche Vincenzo Bonaddio aveva intenzioni omicidiarie nei suoi confronti e di Bruno Gagliardi.

Sarebbero stati i Mancuso di Limbadi a far arrivare a Gennaro Pulice le reali intenzioni di Vincenzo Bonaddio il quale per gli omicidi dello stesso Pulice e di Gagliardi avrebbe incaricato il vibonese Andrea Mantella. Il collaboratore Gennaro Pulice, interrogato dal pm Elio Romano, aggiunge poi di aver saputo anche la data nella quale tale azione omicidiaria nei suoi confronti da parte di Andrea Mantella avrebbe dovuto essere portata a termine, vale a dire il 15 ottobre del 2003.

Il ruolo dei Iannazzo ed il "ragazzo" ucciso a Pizzo. Gennaro Pulice (in foto in alto e nel riquadro a sinistra) spiega quindi di aver saputo delle intenzioni di Vincenzo Bonaddio venendo messo in allarme dai Iannazzo di Sambiase i quali a loro volta sarebbero stati avvisati dai Mancuso. "So anche che oltre ad Andrea Mantella doveva partecipare al mio omicidio - ha aggiunto il collaboratore di giustizia - anche un ragazzo che poi venne ucciso a Pizzo allorquando io mi trovavo in carcere tra il 2003 ed il 2006".
Questo il racconto di Gennaro Pulice, organizzatore delle azioni omicidiarie per conto del clan Cannizzaro. Un clan quest'ultimo trapiantato da anni a Sambiase ma originario di Rosarno, a sua volta alleato con i Da Ponte ed i Iannazzo. Gennaro Pulice aveva solo tre anni quando gli venne ucciso il padre, un imprenditore, sol perchè in un incidente stradale aveva accidentalmente provocato la morte di un elemento di spicco del potente clan dei Bellocco di Rosarno. Gennaro Pulice stringe da subito solidi legami con i Cannizzaro e nel 2003 raggiunge il grado di "santista" all'interno della 'ndrangheta lametina, con tale ultima dote che gli sarebbe stata conferita nel 2003 da Peppino Da Ponte. I suoi racconti potrebbero ora trovare ulteriore conferma nelle confessioni di Andrea Mantella. E nella 'ndrangheta lametina e vibonese sono già in molti a tremare sul serio.
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