Petrini traccia il suo identikit alla Dda e svela i rapporti con l'avvocato Manna
Continua a collaborare con la Dda di Salerno il giudice Marco Petrini nonostante le versioni contradditorie, a volte illogiche che lo spingono a fare nomi di colleghi collusi per poi ritrattare le dichiarazioni rese. Lui stesso il 17 aprile scorso nel corso di un interrogatorio fiume durato circa cinque ore, pause comprese, ammette agli inquirenti di aver esposto fatti lacunosi e in alcuni punti non veritieri, perché, provato, a suo dire, da un punto di vista psicologico e morale. “In questo momento credo di aver recuperato la serenità sufficiente ad affrontare questo interrogatorio ed ho pertanto intenzione di rispondere”. Petrini si racconta, tracciando l’identikit di se stesso, afferma di essere stato presidente della sezione della Corte di appello di Catanzaro, svolgendo funzioni di presidente della sezione civile, penale, di Corte di assise, di essere stato al vertice della Commissione provinciale Tributaria del capoluogo di regione.
Le troppe spese in famiglia. Spiega perché nel corso della sua carriera ha accettato di ricevere contributi economici, che lo hanno portato ad essere il principale indagato nell’inchiesta Genesi, che svela i patti corruttivi all’interno del Palazzo di giustizia con la complicità di avvocati, imprenditori e professionisti. Petrini precisa al procuratore capo Giuseppe Borrelli, all’aggiunto Luca Masini e al sostituto procuratore Vincenzo Senatore, di essere stato costretto ad affrontare numerose spese pur guadagnando in qualità di giudice uno stipendio considerevole. Spese dovute al mantenimento della prima moglie, dovendo versarle la ragguardevole cifra di 3.300 euro al mese e al fatto che la sua seconda moglie ha un figlio autistico che necessita di terapie costose. “Con ciò non voglio dire che una significativa componente di questo mio bisogno di danaro non sia stata costituita dal tenore di vita particolarmente elevato che mantenevo”, facendo riferimento alle sue vacanze con la famiglia: d’estate era solito recarsi in Costiera Amalfitana. Poi Petrini arriva al sodo e racconta la prima volta che gli è capitato di ricevere somme di denaro come corrispettivo dei processi aggiustati, tutto è iniziato “nel 2010 o forse nel 2012, quando Santoro, che era mio amico fin dal 2008-2010, presentatomi da un collega, venne da me e mi propose somme di denaro per condizionare l’esito del processo”. Santoro andò a casa della madre del giudice a Castrovillari, limitandosi a chiedergli la disponibilità a indirizzare un processo in cambio di denaro, “gli risposi che avrei visto cosa si poteva fare. Si trattava in particolare di una causa civile che Vincenzo Arcuri, persona conosciuta da Santoro, aveva con ente pubblico, forse un Comune o un Consorzio di bonifica. Egli non riusciva ad ottenere somme alle quali riteneva di aver diritto e mi chiese di interessarmi, affinchè potesse riceverle, con il giudice davanti al quale pendeva la causa”. Petrini descrive Santoro come un tipo molto diretto che, se aveva qualcosa da dire, non usava giri di parole, colui che rappresentava gli interessi di un gruppo di persone che all’epoca della prima proposta corruttiva “non mi erano ancora note e che poi successivamente ho capito individuarsi nello stesso Arcuri, Tursi Prato, nell’avvocato Saraco e nel dottor Schiavone. In questa circostanza Santoro mi dette due assegni di 5mila euro ciascuno sottoscritti da Arcuri”. Santoro gli parlò del legame che aveva con Tursi Prato indicandolo come “fratello massone”, non sapendo se analogo legame di affiliazione massonica ci fosse anche con Arcuri e Saraco.
La mazzetta da 11mila euro. Fa ancora riferimento al fatto che Arcuri era stato coinvolto in un processo della Procura di Crotone in relazione al quale Santoro chiese la sua intercessione, ma Petrini con assoluta certezza dichiara nel verbale di interrogatorio di essersi disinteressato dell’ulteriore sviluppo del processo, di non aver mediato con nessun magistrato e ha escluso di aver preso cognizione dello stesso esito del procedimento civile. Una dichiarazione che lui stesso ritiene possa sembrare inverosimile agli occhi degli inquirenti, per il fatto che “io dopo essermi fatto corrompere, ho accettato il rischio che chi aveva pagato non fosse soddisfatto dalle sue aspettative, se non altro in quanto da ciò avrebbe potuto derivarmene un danno. Posso aggiungere comunque che probabilmente Santoro e Arcuri avrebbero avuto comunque una convenienza a darmi questa somma di danano in quanto a prescindere dall’esito del ricorso, detto pagamento mi avrebbe legato a loro indissolubilmente anche per l’avvenire”. Il giudice ha dichiarato di aver ricevuto da Arcuri somme per un importo complessivo non inferiore a undicimilacinquecento euro in più occasioni, “senza mai fare alcunchè per meritare tale erogazione di denaro”.
I rapporti tra Petrini e l'avvocato Manna. Ha parlato dei suo rapporti con l’avvocato Manna del foro di Cosenza e al fatto che era stato lo stesso Petrini a proporgli la dazione di una somma di danaro. Il giudice racconta che a cavallo tra il 2018 e il 2019, quando era presidente della sezione misure di prevenzione della Corte di appello, si era trovato a trattare un procedimento che riguardava una persona, già condannata per bancarotta, nei confronti della quale era stata avanzata una proposta di misura di prevenzione patrimoniale, conclusasi con la confisca di alcuni beni in primo grado. In occasione della trattazione dell’Appello, Manna andò a parlare con Petrini, rappresentandogli che la questione era molto delicata e sollecitando la sua attenzione. “Io gli risposi che sarei stato disponibile ad accogliere l’appello dietro versamento di una somma di denaro. Manna non ebbe reazioni particolari alla mia proposta e si dichiarò disposto ad accontentarmi”, dichiarando che avrebbe potuto versarmi la somma di 2.500 euro”. Rispondendo alla domanda dei magistrati, l’ex presidente della Corte di appello di Catanzaro non sa se anche in precedenza Manna avesse mai versato somme di denaro a giudici per ottenere provvedimenti di favore. “Fatto è che di fronte alla mia proposta egli disse che avrebbe potuto darmi 2.500 euro e che non ebbe necessità a tal fine di consultarsi con il suo assistito. Ero io il relatore della procedura. Non rappresentai ai componenti del collegio la proposta corruttiva che mi era stata fatta. Io ero il relatore e tra l’altro nel caso di specie c’era un principio di diritto che avremmo dovuto applicare. Durante la Camera di consiglio non mi furono sollevate obiezioni e l’appello fu accolto. Venni retribuito successivamente all’adozione della decisione”.
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