Petrini ai domiciliari in un monastero, il Riesame: “Nessun inquinamento di prove”

Nelle motivazioni dei giudici di Salerno nuovi dettagli sugli interrogatori del magistrato. Le verità “sui biglietti per le partite del Crotone e i 5mila euro ricevuti da un collega”

“Non appare sostenibile l’aggravamento di una misura cautelare solo in ragione del fatto che l’indagato abbia reso dichiarazioni non riscontrate o ritrattato dichiarazioni già rese. Questo comportamento non può essere inquadrato come un tentativo di inquinamento, quanto piuttosto come una normale evoluzione di un rapporto collaborativo fatto spesso di ricordi non chiari e di dichiarazioni sospette o non riscontrabili”. Il Tribunale del Riesame di Salerno (presidente Elisabetta Boccassini, a latere Dolores Zarone ed Enrichetta Cioffi) spiega le motivazioni per le quali ha disposto per l’ex presidente della Corte di appello di Catanzaro Marco Petrini, sotto inchiesta per inquinamento delle prove, in luogo del carcere, gli arresti domiciliari da tenersi in un monastero di Decollatura.

Biglietti in Tribuna vip in cambio di favori. Il gip distrettuale, su richiesta della Dda, aveva stabilito l’aggravamento della misura per il giudice, perché le dichiarazioni rese nel corso di più di un interrogatorio, si erano rivelate false. In particolare, il 5 febbraio scorso, Petrini aveva dichiarato di aver ricevuto tramite un avvocato del foro di Crotone e un ex consigliere regionale, in due occasioni, due biglietti di Tribuna vip per assistere alle partite di calcio Crotone-Matera, tenutesi nell’aprile e nell’agosto 2017, in cambio di un provvedimento di estinzione della pena accessoria della interdizione dei pubblici uffici adottato in favore dello stesso ex consigliere. Decisione questa, che avrebbe adottato senza coinvolgere gli altri due componenti il collegio giudicante. Una dichiarazione che risultava riscontrata dagli esiti della perquisizione effettuata nell’abitazione di Petrini, dove gli investigatori avevano trovato i biglietti nominativi a firma dell’ex politico con allegata la sua carta di identità per la partita del 20 agosto 2017. Una affermazione, però, sottolinea il Riesame, smentita da ulteriori indagini e in particolare dal contenuto del provvedimento adottato dalla Corte di appello di Catanzaro il 28 giugno 2017 nei confronti dell’allora politico: “Petrini non componeva il collegio giudicante e quella decisione non era stata di accoglimento, ma di non luogo a provvedere, atteso che l’estinzione della pena accessoria era già intervenuta sulla base di un precedente provvedimento reso dal giudice dell’esecuzione”. In sostanza, nessun riscontro al fatto che Petrini avesse composto il collegio e avesse accolto l’istanza senza coinvolgere gli altri due componenti.

Versioni ritrattate. Sempre in occasione dell’interrogatorio del 5 febbraio scorso, Petrini affermava, di aver ricevuto 5mila euro da un magistrato, “compiendo questa condotta corruttiva in qualità di amministratore del Trust per conto di un componente la famiglia Vrenna in relazione ad una istanza di revoca della confisca. L’accusa in questo caso veniva estesa da Petrini anche ad altro magistrato componente il collegio e relatore del fascicolo, che invece non faceva parte dell’organo giudicante. Nel successivo interrogatorio, l’ex presidente della Corte di appello di Catanzaro ritrattava l’accusa nei confronti di questo magistrato”.  Per il gip il 17 aprile, inoltre, Petrini, avrebbe disconosciuto la veridicità delle dichiarazioni rese nei confronti di tre magistrati del distretto di Catanzaro, stravolgendo anche la ricostruzione di una vicenda corruttiva emersa nel corso delle indagini, rispetto alla quale rendeva una circostanziata rappresentazione dei fatti. Un cambiamento giustificato da Petrini sul presupposto di aver partecipato agli ultimi interrogatori “in una condizione di profonda prostrazione e che solo a partire dal 2 marzo, aveva avuto modo di riflettere su quanto dichiarato e desiderava perciò correggere talune sue dichiarazioni, per meglio spiegare alcune circostanze in precedenza riferite, ferma in ogni caso la sua volontà di collaborare”.

Le paure della moglie del giudice. Il mutato atteggiamento processuale di Petrini trovava riscontro nelle informative del 24 febbraio 2020 della Guardia di finanza di Crotone, che riportava i contenuti di due telefonate intercorse in data 22 febbraio 2020 tra Petrini e la moglie, Stefania Gambardella, cancelliere in servizio in Corte di appello di Catanzaro (indagata in concorso per induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci ndr) . In questo colloquio la moglie sosteneva la pericolosità di un ritorno di Petrini a Lamezia, “poiché tutti desideravano ucciderlo a causa di quello che aveva combinato”. Poi Gambardella invitava il marito ad ascoltarla, per non continuare a sbagliare. Affermazioni a fronte delle quali, Petrini diceva: “cambierò indirizzo, capito Stefà…”.  Un mutato atteggiamento processuale rispetto al quale il gip aveva aggravato la misura cautelare in carcere per Petrini, dietro le sbarre per la seconda volta. A detta dei giudici del Riesame, la pressione esercitata da terzi o eventuali ritrattazioni non possono essere interpretate come un tentativo di alterazione della prova. Tra l’altro il colloquio tra Petrini e Gambardella, si colloca nell’ambito di una normale conversazione familiare nel corso della quale, la moglie rappresenta le sue preoccupazioni per quanto stava accadendo e non può essere interpretato “come un tentativo di influenzare le dichiarazioni di Petrini, che devono presumersi, fino a prova contraria secretate e non conosciute dalla stessa”.

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