'Ndrangheta, "terremoto" a Rende: dopo gli arresti, la politica tace
Nessuna reazione forte della politica dopo l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia. Solo poche voci si indignano (quelle dei 5 stelle). Perché?
È un silenzio che grida. E che fa tanto, troppo rumore. Tacciono i garantisti; ma tacciono anche i forcaioli. Nessuna reazione della politica alle accuse – fortissime – che Direzione distrettuale antimafia muove ad uomini di primo piano del panorama amministrativo calabrese. Eppure, ogni qualvolta gli uomini dello Stato impegnati nella lotta alla mafia si rendono protagonisti di azioni capaci di rompere gli anelli della catena criminale, le caselle di posta elettronica delle redazioni giornalistiche vengono intasate da messaggi di congratulazioni nei confronti degli inquirenti. Stavolta no. Probabilmente c’entra la comprensibile necessità di metabolizzare bene quanto accaduto. Ma è assai probabile, per molti, che c’entri anche la consapevolezza piena che, un giorno o l’altro, gli scheletri nell’armadio possano mettere in cattiva luce percorsi politici in apparenza specchiati.
Zero reazioni, a parte di 5 stelle... Soltanto dagli ambienti politici del Movimento 5 stelle – e in particolare dal consigliere comunale di Rende Domenico Miceli – s’è levato forte un grido di sdegno per vicende che, seppure non ancora chiarite e che attendono comunque di dover essere pienamente accertate, rappresentano un’onta per la storia politica che ha accompagnato negli ultimi decenni la crescita economica e sociale della città che ospita la più grande Università della Calabria. Oltre a Miceli, si sono spesi con determinazione i deputati pentastellati del territorio (Dalila Nesci, Nicola Morra, Paolo Parentela, Federica Dieni e Laura Ferrara), che non hanno avuto alcun timore nel denunciare le gravi storture del sistema politico nel suo complesso. Parole di condanna anche dal senatore Francesco Molinari. Oltre a tutti loro, il silenzio più totale. Un silenzio che grida, appunto.
Inchiesta imbarazzante. Qualcuno ipotizza che l’imbarazzo di molti esponenti politici dei vari partiti di centro, destra e sinistra sia determinato dal timore che presto possano soffiare in altre realtà calabresi – anche limitrofe - cicloni capaci di travolgere tutto e tutti così come avvenuto a Rende. Ed è assai probabile che questa ipotesi non sia affatto campata in aria e rappresenti la vera chiave di lettura per la condizione di “sospensione” che vive in queste ore la città cosentina. Ma resta tutta l’amarezza per la constatazione della mancanza di una reazione corale di riprovazione per la cristallizzazione di dati comunque certi, inequivocabili, inconfutabili: la ’ndrangheta – che la politica fosse consapevole o meno, connivente o meno – era riuscita a imporre anche alla istituzione più vicina ai cittadini (il Comune, appunto) i propri desiderata scegliendo chi far lavorare, come farlo lavorare e quando farlo lavorare a scapito dei tanti disoccupati che, per necessità, sono talvolta costretti a bussare proprio alle porte della malapolitica e della ’ndrangheta per ottenere un’occupazione grazie alla quale mandare avanti la famiglia. Un dato che vale in sé, a prescindere tutta l’inchiesta. Ma che ha indignato pochi. E di sicuro non chi, da certe dinamiche, da sempre trae linfa vitale… (ppcam)
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