Rinascita, l'attentato ad Arena che si salva grazie a "una signora che andava a fare la spesa"
Sono numerosi i pentiti ascoltati nel maxi processo contro la 'ndrangheta vibonese Rinascita Scott. Ognuno ha una storia, un trascorso, e anche un'"importanza" processuale diversa. Sono però tutti accomunati da una "scelta", molto probabilmente la più importante della loro vita: la collaborazione con la giustizia. Uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra la malavita e la possibilità di redimersi e - spesso - di garantire alla propria famiglia un futuro migliore di sangue e morte. La storia di Bartolomeo Arena, 44 anni, pentito vibonese che collabora con la giustizia da ottobre 2019, unisce tante cose: la morte del padre da piccolo - con tanto di "3-4 anni in cui mi sono chiuso in me stesso" - la presenza di un figlio, la paura di essere ucciso e non solo.
La prima cosa che "cominciai a non prendere bene".
A interrogarlo sulle ragioni della sua collaborazione, nell'aula bunker di Lamezia Terme, è il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Andrea Mancuso. Domanda all'apparenza semplice - "perché decide di collaborare?" - ma che apre a un insieme di eventi. Il contesto è il 2019, quando i rapporti nella consorteria di Bartolomeo Arena si sono incrinati dopo una falsa scomparsa per lupara bianca del futuro pentito (ne abbiamo parlato QUI). È maggio, lui inizierà a collaborare 5 mesi dopo. Come mai? "Erano successi un poco di eventi che non mi piacevano. Nel senso che si, sapevo che i Pardea si rispettavano con i sangregoresi perché magari non avevano avuto attriti, ma pensavo fosse un amicizia così, non sapevo che in realtà erano legati a filo doppio da tantissimi anni. E quindi questa fu la prima cosa che cominciai a non prendere bene".
La "dignità" mantenuta.
"Poi - continua il pentito - Antonio Pardea iniziò ad avvicinarsi ad esponenti dei Mancuso, in particolare a uno dei Gallone. E io rapporti con i Mancuso non li volevo... di andare a mangiare a Nicotera... queste cose a me non tanto garbavano, io alla fine reputavo i Mancuso una famiglia che a me aveva fatto del male (gli avevano ucciso il padre, ndr), quindi non volevo fare la fine di quelli che si fanno compari con chi ha ucciso i parenti. Io questa fine non la volevo fare, almeno su questo la dignità l’ho confermata fino ad ora. Quindi anche questo non mi andava bene". Ma non solo: "Mi sono reso conto che pure dei Pardea forse mi dovevo guardare - sottolinea - che anche loro forse in passato qualche regia occulta ce l’avevano avuta".
"Prima eravamo tutti unitissimi".
Il pm allora insiste: "Quindi perchè matura la decisione di collaborare con la giustizia?". "Matura - risponde Arena - perché innanzitutto avevo visto che prima eravamo una famiglia, tutti unitissimi, poi non più. Con Camillò abbiamo fatto tutta la vita insieme, ci siamo voluti bene come fratelli, e siamo arrivati nel 2019 che non ci parlavamo perché quasi quasi mi accusavano". "Inizia quindi ad essere in contrasto con il suo gruppo", evidenzia il procuratore della Dda. "Non è che eravamo in contrasto - precisa Arena - non ci parlavamo".
"Sono più amici dei miei nemici...".
Le ragioni della collaborazione continuano, però, a non essere chiare: "E perché da questo si arriva scelta di collaborare con la giustizia?". "Ma secondo lei - risponde il collaboratore di giustizia - io mi sono cresciuto con quella determinata famiglia: siamo cugini di secondo o terzo grado e rispettavo più loro che i miei cugini di sangue. Poi ho visto che questa cosa veniva meno, a un certo punto mi sono fatto un po’ di conti... loro sono più amici dei miei nemici... quindi a un certo punto va a finire che io li aiuto contro i Cassarola e arriva il momento che ammazzano anche me. Il dubbio mi era venuto alla fine. Quindi ho detto, arrivati a questo punto, io ho un figlio, guardo mio figlio". Non era però solo quella la questione: "Ma a parte mio figlio - precisa poco dopo - e a parte che a queste logiche a cui non ho mai creduto più di tanto alla fine proprio di niente del tutto, come ultima cosa il fatto di partecipare all’omicidio di Rosario Pugliese non mi andava, e sono contento oggi di non essere stato artefice di questo omicidio".
La miccia che viene innescata.
Due quindi le ragioni che sembrano aver avuto un ruolo importante nella "scelta": la paura di essere ucciso e il non voler prendere parte all'omicidio di Rosario Pugliese. Sull'attentato, spiega, "è una cosa che si è realizzata, perché per proteggere Mommo Macrì sono stato sparato io". Quando è successo? "Stiamo parlando del 2017. Mommo Macrì spara a un piede a Nazzareno Pugliese, nipote di Rosario Pugliese. Io ero a casa con la febbre, mi bussano, mi raccontano il fatto. Gli dico 'ma perché l’hai fatto?', ‘Eh mi guardavano strano, non mi avevano salutato’. C’era già in animo questa cosa di innescare la miccia".
L'incontro con Rosario Pugliese nei pressi del Despar.
A quel punto, racconta, vengono avvisate altre persone del fatto e, in macchina "con Antonio Macrì e Giuseppe Camillò", "ci facciamo un giro, arriviamo in piazza Municipio (la piazza principale di Vibo, ndr) e incontriamo Antonio Macrì il nipote, il quale ci dice che Rosario Pugliese stava girando là sopra al Despar da un po’ e probabilmente stava cercando Mommo Macrì, questo perché in quel periodo aveva la sorveglianza speciale quindi sapeva che alle otto lo beccava a casa. Quando andiamo verso casa sua c’era effettivamente Saro Pugliese che girava, e quando ci ha visto ci è venuto dietro con la macchina. Io gli ho fatto ad Antonio Macrì: 'Quando arrivi al Despar gira subito e vagli contromano'. E quello ci ha salvato".
La signora che va a fare la spesa e "salva" Arena.
Infatti, anche se Arena non ha mai capito il perchè, "quando siamo arrivati muso a muso con Saro Pugliese lui ha imprecato contro di me, non capisco neanche il perché, io che c’entravo quella volta. Ho capito allora che ci voleva sparare, ho accelerato, e la fortuna è stata che mentre è sceso dalla macchina è passata una signora che faceva gli acquisti al Despar e Rosario Pugliese ha perso tempo. Nel frattempo mi fa Giuseppe Camillò, che era seduto dietro, ‘accelera accelera che ci sta sparando’. E in effetti abbiamo sentito i colpi di pistola, ma noi ci eravamo già un po’ allontanati... insomma quella volta non ci ha preso".
"Mio figlio finiva nel baratro com’è successo a me".
La paura di essere ucciso, quindi, era perchè aveva effettivamente rischiato di morire lui che, invece, di omicidi non ne ha mai fatti. "Ma perché si vede costretto a collaborare per non prendere parte all’omicidio?". "Prima di tutto perché mi ero reso conto che con i Mancuso non me la potevo prendere, inutile che cerco di fare grandi cose, era una lotta contro il cemento armato: ne potevo ammazzare uno o due, e poi? Rischiavo solo di essere ucciso e mio figlio finiva nel baratro com’è successo a me. Quindi - conclude - era l’unica scelta che avessi per allontanare mio figlio e per cercare di salvarmi in qualche modo, era l’unica soluzione".
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