Rinascita, il pentito Arena tra la “sparatoria” all’Hotel 501 e l’omicidio del padre

“Il sangue mio non me lo sono venduto mai. C’è chi si è fatto compare con chi gli ha ucciso i familiari, io no”, ci tiene a precisare il pentito vibonese

Fine anni ’70. Hotel 501, Vibo Valentia. In una città poco nota per le sue occasioni di svago viene aperta una discoteca “e tutti i vibonesi si andavano a divertire là“. Una sera, però, qualcosa va storto e finisce in un bagno di sangue. A raccontare questi fatti, nel maxi processo Rinascita Scott, è il pentito Bartolomeo Arena. “Un certo Servello di Ionadi – racconta il 44enne collaboratore di giustizia da ottobre 2019 – va là e ha una discussione con alcune persone di Vibo. Allora questi lo aggrediscono, lo provocano, e in pratica lo cacciano. Lui se ne va, ma poi torna e ne spara parecchi“. Tra le persone colpite dai proiettili il collaboratore, parlando con il pm della Dda di Catanzaro Andrea Mancuso, individua “Enzo Di Renzo e Antonio Fortuna fratello di Francesco Fortuna”. Ma non solo: “Uccise due ragazzi che all’epoca si chiamavano Vincenzo Fortuna e poi anche un Fiorillo, di questi qua di Vibo, di cui non ricordo il nome”, oltre ad altre persone rimaste ferite lievemente “se non sbaglio per dei colpi di rimbalzo“.

“…lo fecero scomparire”.
“A quel punto che succede?”, lo incalza allora il pm della Distrettuale Antimafia. “Dopodiché questo ragazzo, siccome aveva una grande amicizia con i Tripodi di Porto Salvo – prosegue Bartolomeo Arena – inizialmente andò a cercare loro per nascondersi là, ma non trovò nessuno e allora andò a finire nelle zone di Melicucco“. Lì – spiega il pentito – erano influenti “le famiglie Napoli e Varone”. Quest’ultima in particolare “erano compari di Francesco Fortuna, quindi avvisarono sia lui che mio padre che questo latitante era lì… e loro lo fecero scomparire“.

La rabbia di Giuseppe Mancuso per la morte del giovane “killer”.
La morte di questo Servello provoca però, a sua volta, la rabbia di un noto boss vibonese: Giuseppe Mancuso detto ‘Mbrogghia, che “va su tutte le furie perché questo era un ragazzo a cui teneva tantissimo, anche perché nonostante avesse 17 anni questo Servello era già un killer“. Vennero quindi avviati dei tentativi di mediazione: “Mio nonno in quella fase era legato a Giuseppe Mancuso e quindi cercava di mediare, perché Mancuso voleva restituito il corpo, e mediava con mio padre e Francesco Fortuna per averlo indietro. Ma non gli venne restituito. Questo fatto Peppe ‘Mbrogghia non lo digerì mai ma in quell’occasione, a quanto ne so, avevano risolto”.

“Veniva da 30 km e dovevano dirgli pure se andavano in bagno”.
In ogni caso, però, i rapporti tra il padre del pentito e i Mancuso non migliorarono. “Mio padre e il suo gruppo – racconta ancora Arena – chiedevano estorsioni e mettevano bombe a tutti a Vibo. Il Mancuso già all’epoca pretendeva di essere informato. Veniva da 30 km di distanza e i vibonesi dovevano dire a lui cosa dovevano fare, pure se dovevano andare in bagno… era ovvio che non ci potesse essere un accordo”. “Mio padre – evidenzia – l’ha contestato sempre, insieme a qualcun altro. Poi era rischioso il fatto che mio padre fosse contro i Mancuso, soprattutto perchè Giuseppe Mancuso si era accaparrato mezza provincia, e i vibonesi cominciavano a tremare“.

La morte del padre e il corpo nel Mesima.
Una lotta impari che portò, quasi inevitabilmente, alla morte del padre di Bartolomeo Arena. “Le dissero come fu ucciso?”. “Me lo disse nei primi anni 2000 Giovanni Franzè. Siccome Giuseppe Mancuso si trovava latitante presso la famiglia Patania di Stefanaconi, e Giovanni Franzè era legatissimo ai Patania – ha dichiarato il collaboratore di giustizia – disse che una sera Giuseppe Mancuso gli raccontò tutto il fatto“. Ovvero? “Gli aveva sparato in testa e il corpo venne adagiato sul fiume Mesima per consentire che si distruggesse prima. Poi se l’hanno spostato dopo che si è decomposto, e l’hanno interrato, non lo so”.

“Scialapopolo”.
Giuseppe Mancuso, dopo l’omicidio, acquista ancora più potere sul territorio di Vibo Valentia. “Scialapopolo“, commenta il pentito. “A quel punto quale ostacolo c’era per Giuseppe Mancuso? Già erano potentissimi all’epoca. Non è che mio padre poteva molto contro di loro, se fossero stati insieme con Francesco Fortuna chissà come sarebbe finita, ma separati…”. E qui, come ha fatto più volte in questo inizio di interrogatorio, Arena intende precisare: “Non per vantarmene, perchè in questa storia non c’è nulla di cui vantarsi, io preferirei che mio padre fosse vivo non mi interessa di avere il comando: ma nonostante fosse un contesto sbagliato, che io rinnego, l’amicizia di mio padre con Francesco Fortuna era un’amicizia vera”.

“Il sangue mio non me lo sono venduto, io”.
Una volta che venne a conoscenza di chi aveva ucciso il padre, quindi, Arena non volle affiliarsi con nessuno che fosse sottomesso ai Mancuso. “Quando mi hanno spiegato meglio il fatto di mio padre come facevo ad affiliarmi a loro?”. Un fatto non così scontato come si potrebbe pensare: “Il sangue mio non me lo sono venduto mai – ci tiene precisare – c’è chi si è fatto compare con chi gli ha ucciso i familiari, io no”. “Ma lei perché si voleva affiliare alla ‘ndrangheta?” ha chiesto il pm della Dda di Catanzaro. “Innanzitutto avrei potuto percorrere un pezzettino di strada che aveva fatto mio padre e avrei saputo meglio come sono andati gli eventi. Dovete pensare che non solo dei Lo Bianco, io ho avuto sospetti di tantissime altre famiglie. Pensate che solo perché ero affiliato ai Pardea non avevo il dubbio pure verso di loro? Solo che in quella fase essendoci mio cugino Camillò, di cui mi fidavo e con cui avevo un rapporto morboso – conclude Arena – quella dei Pardea era l’unica soluzione”.