Rinascita, Bartolomeo Arena: “La ‘ndrangheta? Una bugia. Io l’anima non me la sono macchiata”

Dall’accordo tra i genitori (“non dovevo fare né il poliziotto né il delinquente”) all’infanzia travagliata con l’omicidio del padre. Iniziato oggi l’interrogatorio del pentito vibonese

“Per me la ‘ndrangheta è una grandissima bugia, non c’è onore“. Nell’aula bunker di Lamezia Terme, dove si sta celebrando il maxi processo alla ‘ndrangheta Rinascita Scott, per qualche giorno non si sentirà più la voce del pentito Andrea Mantella – interrogato in video collegamento dallo scorso 22 aprile – ma, da oggi, è iniziato l’esame del collaboratore di giustizia (da ottobre 2019) Bartolomeo Arena, 44 anni di Vibo Valentia. È lui a rinnegare, più volte, la criminalità organizzata, definendola una “grandissima bugia” e “senza onore”. Il pentito vibonese ha risposto alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, partendo dalla sua travagliata infanzia: dai parenti ‘ndranghetisti alla morte del padre, passando dai “3-4 anni in cui mi sono chiuso in me stesso”.

“Non dovevo fare nè il poliziotto nè il delinquente”.
“Sia dalla parte di mia madre che mio padre – racconta Bartolomeo Arena – era una famiglia di ‘ndrangheta. Nei primi anni della mia vita non ho avuto assolutamente un’educazione ‘ndranghetista, perché l’accordo tra i mio padre e mia madre era che io non dovevo fare né il poliziotto né il delinquente. Mia mamma anzi mi portava dalle suore. I primi anni della mia vita sono stati lontano da queste logiche, anche perché mia madre non mi faceva avere a che fare con nessuno”.

L’omicidio del padre che “uscì e non fece più rientro”.
A segnare un punto di svolta, in questo suo essere tenuto lontano dalla ‘ndrangheta, è sicuramente il 3 gennaio del 1985. È quello il giorno in cui “mio padre esce di casa e non fa più rientro“. Era stato brutalmente ucciso. “Io onestamente ero un bambino di 8 anni e mezzo – sottolinea Arena – solo quando sono passati i giorni ho capito che c’era qualcosa che non andava. Per 3-4 anni mi sono chiuso in me stesso, tra l’altro uscivo ma potevo frequentare solo alcune persone”. E il fatto di essersi “chiuso in se stesso”, evidenzia, “non lo dico per fare vittimismo, perché non sono stato né vittima nè santo, forse neanche carnefice, ma non voglio suscitare niente a nessuno, dico solo i fatti“.

“Mi sono accorto che non erano certo gli amici del tennis”.
Verso gli 11-12 anni, appena iniziò ad essere un po’ più grande, le cose cambiarono. Come mai? “Perchè iniziavo a vedere gli amici di mio padre, mi avvicinavano. Mi sono accorto che non è che erano gli amici del circolo del tennis“. Si parla, tra l’altro, di un’altra epoca: “Gli anni ’80 erano diversissimi – precisa Arena – si capiva chi era ‘ndranghetista e chi no. Non c’erano controlli delle forze dell’ordine, gli omicidi c’erano dalla mattina alla sera, Procura e forze dell’ordine non è che si ammazzassero a vedere quello che dovevano fare… quindi la situazione a un certo punto divenne palese“.

“Mio nonno non lo giudico meglio degli altri”.
Inoltre lo stesso Arena continuava a insistere “a tamburo battente” sul nonno, Vincenzo Pugliese Carchedi, perchè “volevo sapere com’era morto mio padre, cos’era successo“. “Mio nonno – racconta ancora Arena – prima cercava di omettere la situazione, sperando che io non prendessi parte a queste logiche, poi però mi disse che era scomparso e che era stato ucciso. Non mi rivelò subito chi era stato. Mi disse che i suoi amici lo avevano tradito, perché lui chiamava tutti ‘traditori’”. “Ma – precisa il collaboratore – chi è senza peccato scagli la prima pietra, perché mio nonno non è che lo giudico meglio degli altri“.

“Almeno l’anima non me la sono macchiata”.
E tra i “peccatori” c’è anche lui, anche se “almeno l’anima non me la sono macchiata”. Il collaboratore racconta infatti di quando andò a chiedere di essere affiliato, “ma mi dicevano ‘non ancora‘, ‘sei piccolino’”. E ammette: “A quei tempi ero un poco fuori controllo, a quell’età non ero molto gestibile, ero un ragazzo dal coltello facile, uscivo sempre armato. Diciamo che dai 14 ai 25 anni ero una testa calda, e se non è capitato che facessi un omicidio è per situazioni indipendenti dalla mia volontà”. Aveva infatti iniziato a fare danneggiamenti, “colpivamo qualche serranda, incendiavamo qualche macchina“, ma non ha mai commesso alcun omicidio. E, a riguardo, ci tiene a precisare: “Non vorrei essere frainteso, sono contento di questo. Almeno l’anima non me la sono macchiata“.