Continuano a fare tremare le cosche del Vibonese e non solo le dichiarazioni di Emanuele Mancuso, pentito eccellente di 'ndrangheta che da mesi collabora con la magistratura. Non fa sconti a nessuno l'erede del potente casato mafioso di Limbadi, neppure ai suoi congiunti. "Carabinieri senza divisa" è l'appellativo con il quale Mancuso indica il suoi zii, Antonio e Pantaleone Mancuso (Vetrinetta), morto qualche anno fa. Questo e molto altro si legge tra le pagine dei verbali che fanno tremare boss e gregari della ‘ndrangheta vibonese ma anche quei “colletti bianchi” e tutta quell’area grigia che negli anni ha fatto affari con i clan.




"Eliminare gli avversari senza spargimento di sangue". Agli inquirenti Emanuele Mancuso spiega quella che sarebbe una delle “strategie” predilette della cosca di Limbadi per eliminare gli avversari senza sparare o sporcarsi di sangue. A volte il potere della parola è più efficiente della potenza di un kalashnikov. E’ l’arma della delegittimazione che il giovane pentito sembra conoscere bene. "Al giorno d’oggi – dice agli investigatori che raccolgono le sue rivelazioni – si usa così: quando si vuole togliere di mezzo qualcuno anziché eliminarlo fisicamente si manda l’imprenditore amico della cosca a denunciarlo dalle Forze dell’Ordine. In tal modo si evitano gli omicidi e si ottiene l’effetto di ‘neutralizzare’ il nemico".

"Un amico di famiglia". A giudizio di Emanuele Mancuso, gli zii Antonio e Pantaleone “Vetrinetta” avrebbero indotto l’imprenditore Antonino Castagna, definito dal pentito “un amico di famiglia”, a denunciare i Soriano. Una vicenda che aveva provocato non pochi attriti tra i due clan con l’ex rampollo che prima di essere arrestato nell’ambito dell’operazione “Nemea”, provò a fare da intermediario tra i boss: da una parte Leone Soriano e dall’altra lo zio Luigi Mancuso, il capo dei capi della ‘ndrangheta vibonese. "Mi recai da Leone Soriano – racconta – e gli dissi di non toccare Castagna perché era amico della mia famiglia. Soriano per tutta risposta mi disse: ‘dì alla tua famiglia di leggersi le dichiarazioni che ha reso su di me e sui miei familiari questo collaboratore". Il riferimento era all’imprenditore di Ionadi appellato come “collaboratore di giustizia” per avere testimoniato contro i Soriano.  Il boss di Filandari gli mostrò anche un fascicolo contenente le accuse di Castagna e con questi documenti Mancuso si recò a Limbadi per incontrare lo zio Luigi. “Ci appartammo e mi disse che avrebbe preso in visione questo fascicolo facendomi un sorriso ironico ed asserendo che Soriano a sua volta si era comportato da ‘collaboratore di giustizia’ perché aveva mandato delle lettere contro il clan Mancuso facendo il nome di ‘Ntoni Mancuso detto “don Paperono” e Pantaleone Mancuso detto “Vetrinetta”. Io sapevo di mio della vicinanza di Castagna alla mia famiglia”.

L'offerta. In realtà i tentativi di riavvicinare i vertici dei due clan falliscono ed Emanuele arriva ad offrire 3mila euro a Leone Soriano perché lasciasse in pace Castagna: “Ha rifiutato, anzi nemmeno mi ha risposto”. Il preludio alla serie di danneggiamenti con tanto di bomba lanciata nel giardino di casa dell’imprenditore. In un’intercettazione Mancuso diceva ai Soriano prima di pentirsi: “Io la metto la bomba però le conseguenze ve le prendete voi per questo gesto”. Insomma, una vera e propria strategia del terrore.

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