‘Ndrangheta: tre i testi in aula nel processo al clan Patania di Stefanaconi
Lucrezia Schiavone, il capitano dei carabinieri Califano ed il giornalista Pietro Comito hanno deposto a Vibo nel dibattimento nato dall'operazione "Romanzo criminale"
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di GIUSEPPE BAGLIVO
Sono stati tre i testi che hanno deposto oggi dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto da Lucia Monaco (a latere i giudici Vincenza Papagno e Pia Sordetti) nel processo nato dall'operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata "Romanzo criminale" che mira a far luce sull'esistenza del clan Patania di Stefanaconi e sulle dinamiche criminali sviluppatesi negli ultimi anni partendo proprio dal piccolo centro alle porte della città capoluogo.
Lucrezia Schiavone. A salire per prima sul banco dei testimoni ed a rispondere alle domande dell'accusa, rappresentata oggi dal pm Saverio Vertuccio, è stata la signora Lucrezia Schiavone di Sant'Onofrio. La donna ha raccontato in ordine alle vessazioni ed alle minacce che avrebbe subìto da alcuni componenti della "famiglia" Lopreiato di Sant'Onofrio, detti " Famazza" - suoi vicini di casa - allorquando decise di aprire un autolavaggio a Sant'Onofrio. Richieste di denaro e pretese di lavaggi gratis delle auto a parte dei "Famazza", sino all'aggressione a bastonate ai danni del marito della Schiavone, finito in ospedale con undici punti di sutura in testa. Fatti per i quali sono in corso diversi processi dinanzi al Tribunale monocratico di Vibo che vedono Lucrezia Schiavone parte offesa, ma anche denunciata per resistenza a pubblico ufficiale dopo un primo arresto per tentato omicidio (accusa poi subito derubricata).

La teste ha quindi affermato di avere sempre avuto un rapporto di stima nei confronti dell'allora comandante della Stazione dei carabinieri di Sant'Onofrio, Sebastiano Cannizzaro (imputato nel processo con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa), sin quando nell'agosto del 2011 il suo autolavaggio non venne sequestrato dai carabinieri poichè privo delle necessarie autorizzazioni allo scarico e, quindi, poi riaperto dal giudice. Da tale episodio sono nate una serie di denunce della Schiavone nei confronti dei suoi vicini di casa "Famazza" (Lopreiato), i quali lamentavano vari problemi per la presenza dell'autolavaggio, sino ad una denuncia nei confronti dello stesso luogotenente Cannizzaro reo, ad avviso della donna, di non averla tutelata abbastanza in tutta la storia legata all'autolavaggio. Lucrezia Schiavone ha poi ricondotto l'incendio della sua auto, avvenuto nel maggio scorso, ai Lopreiato (alias "Famazza") ed alla loro pretesa di voler far ritirare alla donna le denunce nei loro confronti ed anche "nei confronti del maresciallo Cannizzaro". Rispondendo alle domande dell'avvocato Pagliuso (difensore di Cannizzaro al pari dell'avvocato Patanè), la Schiavone ha in ogni caso precisato in aula di non essere in grado di poter accusare il maresciallo Cannizzaro di aver voluto "favorire qualcuno".

Il controesame del capitano Califano. A salire sul banco dei testimoni è stato poi il capitano Marco Califano, già alla guida del Nucleo Operativo e Radiomobile dei carabinieri della Compagnia di Vibo e poi dal gennaio 2013 alla guida del Nucleo Investigativo dei carabinieri. Rispondendo alle domande dell'avvocato Pasqualino Patanè (difensore di Cannizzaro) è emerso che il manifesto funebre del settembre 2011 con il quale “tutta l’amministrazione comunale di Stefanaconi aveva "partecipato al dolore – così è stato scritto – della famiglia Patania per la morte del caro Fortunato” era stato oggetto di segnalazione, con un apposita annotazione a firma di Cannizzaro, da parte dei carabinieri della Stazione di Sant'Onofrio. Si tratta di un atto importante, tanto che è stato poi utilizzato dallo stesso Nucleo Investigativo dei carabinieri di Vibo (guidato prima dal capitano Giovanni Migliavacca e poi dal capitano Califano) per la propria informativa al fine di sottolineare l'influenza mafiosa esercitata sul territorio di Stefanaconi dai Patania, posto che Fortunato Patania non era morto per cause naturali, bensì ucciso in un feroce agguato e nulla poteva quindi giustificare un simile manifesto da parte del Comune, posto anche che nessuno dei suoi parenti (a differenza del Comune di Gerocarne dove negli scorsi anni assessore comunale è stato Bruno Patania, uno dei figli di Fortunato) aveva mai ricoperto alcun ruolo all’interno del Comune di Stefanaconi.

Il teste Califano, sempre rispondendo alle domande della difesa di Cannizzaro, ha poi ricordato che l'importante sequestro a Daniele Bono delle foto raffiguranti il vibonese Francesco Scrugli (poi ucciso a Vibo Marina nel marzo 2012) e Rosario Battaglia (obiettivi di Bono e dei Patania ai quali era legato) era stato fatto dai carabinieri di Sant'Onofrio, diretti dal maresciallo Cannizzaro, che avevano fermato in auto Bono e Cristian Loielo durante un controllo in strada. Anche tale episodio, al pari del manifesto funebre, rappresenta un fatto storico, portato alla luce grazie ai militari dell'Arma della Stazione di Sant'Onofrio, che è poi servito agli stessi carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo per ricostruire la faida fra i Patania ed i Piscopisani. Il capitano Califano ha poi escluso la presenza di conversazioni di rilievo investigativo nelle intercettazioni telefoniche fra il maresciallo Cannizzaro e l'allora parroco di Stefanaconi don Salvatore Santaguida (pure lui imputato nel processo e difeso dall'avvocato Vincenzo Galeota).

Il teste Pietro Comito. E' toccato infine al giornalista Pietro Comito, teste citato dall'accusa ed all'epoca giornalista del Quotidiano della Calabria, e prima ancora di Calabria Ora, spiegare in aula di aver conosciuto nel 2005 il sacerdote don Salvatore Santaguida nel corso della requisitoria a Vibo del processo nato dall'operazione antimafia "Corona", scattata nel 1998 ad opera della Dda di Catanzaro. Comito ha raccontato che, dopo la redazione di un reportage giornalistico sui primi omicidi della faida fra i Patania ed i Piscopisani, venne contattato dal maresciallo Cannizzaro. L'incontro si svolse il 25 giugno nella canonica di Stefanaconi alla presenza di don Santaguida ed in tale sede i tre si scambiarono le loro rispettive opinioni sui fatti di sangue che si stavano consumando in quel periodo ed anche sull'allarme suscitato nella popolazione da tali omicidi. Il giorno dopo tale incontro - siamo al 26 giugno 2012 - si verificò il tentato omicidio a Stefanaconi di Franco Meddis. Il giornalista ha quindi raccontato di aver contattato telefonicamente - nell'ambito della sua professione - don Santaguida allo scopo di avere dallo stesso notizie sul fatto di sangue e per capire come lo stesso potesse essere inquadrato. "Ho contattato don Salvatore Santaguida sia perchè mi ero visto con lui il giorno prima alla presenza del maresciallo Cannizzaro e sia perchè lo stesso era all'epoca fortemente impegnato in difesa della legalità ed era ritenuto da tutti un prete antimafia e perdipiù legato a don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

Persona antimafia e specchiata era ritenuto all'epoca pure il maresciallo Cannizzaro. Quando poi cinque mesi dopo, e cioè a novembre del 2012 - ha continuato Comito - scattò il fermo dell'operazione Gringia per gli omicidi della faida a Stefanaconi e lessi nelle carte che venivano avanzati dubbi sulle figure di Cannizzaro e don Santaguida, siccome erano state in un'occasione delle mie fonti giornalistiche, d'accordo con l'allora direttore del Quotidiano della Calabria chiesi alla Dda di Catanzaro di essere ascoltato. Cosa che avvenne nel dicembre 2012. Ricordo - ha concluso Comito - che don Santaguida una volta letto il suo nome sul giornale, in seguito al fermo dell'operazione Gringia, mi telefonò chiedendomi l'invio via email del file contenente l'operazione antimafia, ma io non glielo mandai mai".
Prossima udienza il 26 luglio alle ore 9,30.
Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di Stefanaconi.

In basso da sinistra verso destra: Giuseppe Patania, Bruno Patania, Andrea Patania, Cosimo Caglioti
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