Nuova udienza al Tribunale di Vibo del processo "Romanzo criminale" contro i Patania di Stefanaconi. La genesi dell'inchiesta e i punti "controversi"

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di GIUSEPPE BAGLIVO

I riscontri sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, il gruppo Patania, i contatti con gli altri clan ed alcune "divergenze" con le deposizioni di altri investigatori e con precedenti risultati investigativi. Questo in estrema sintesi quanto emerso oggi nel processo contro i Patania di Stefanaconi - nato dall'operazione antimafia "Romanzo criminale" - nel corso dell'esame in aula di Marco Califano, all'epoca dei fatti comandante del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Vibo Valentia. Rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, il teste ha spiegato dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo, presieduto da Lucia Monaco (a latere i giudici Vincenza Papagno e Giovanna Taricco), la genesi dell'inchiesta e la contrapposizione dei Patania di Stefanaconi sia al clan dei Piscopisani  sia all'altro gruppo di Stefanaconi che sarebbe nato nel 2007 attorno "alla figura di Emilio Antonio Bartolotta, da non confondere - ha spiegato il teste in aula - con gli altri Bartolotta alleati al vecchio clan dei Petrolo negli anni '90 in faida contro i Bonavota di Sant'Onofrio e protagonisti della strage dell'Epifania nel '91".

Fortunato Patania

Il manifesto funebre del Comune per la morte violenta di Nato Patania. Come già altri investigatori dell'Arma ascoltati nelle precedenti udienze, anche il capitano Califano ha fatto riferimento al manifesto funebre del settembre 2011 con il quale "tutta l'amministrazione comunale di Stefanaconi ha partecipato al dolore - così è stato scritto - della famiglia Patania per la morte del caro Fortunato". Un manifesto che colpì molto gli investigatori, in considerazione soprattutto del fatto che Fortunato Patania non era morto per cause naturali, bensì ucciso in un feroce agguato e nessuno dei suoi parenti (a differenza del Comune di Gerocarne dove negli scorsi anni ha ricoperto il ruolo di assessore Bruno Patania, uno dei figli di Fortunato) aveva mai ricoperto ruoli all'interno del Comune di Stefanaconi.

Pantaleone Mancuso

I rapporti con i Mancuso. Il teste ha poi fatto riferimento ai rapporti fra Saverio Patania (figlio del defunto Fortunato ed imputato nel processo "Romanzo criminale" insieme ai fratelli) ed il boss di Nicotera Marina Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni", che sarebbe stato definito da Saverio Patania nelle intercettazioni come il proprio "capo", mentre nel corso degli anni si erano registrati diversi controlli del territorio ad opera dei carabinieri che avevano fermato più volte insieme nella stessa auto Fortunato Patania ed il boss di Limbadi Giuseppe Mancuso (cl. '49), detto 'Mbroghja" (primo cugino di "Scarpuni"), mentre altre frequentazioni si sarebbero registrate sin dagli anni '80 fra Francesco Mancuso e Fortunato Patania.

carabinieri cappello

Le "divergenze" fra le deposizioni del capitano Califano e quelle del capitano Migliavacca. Sulla conoscenza da parte degli investigatori del Nucleo investigativo dei carabinieri di Vibo del clan Patania prima dell'omicidio del boss Fortunato Patania si sono registrate oggi delle "divergenze" fra la deposizione del capitano Marco Califano e quella del capitano Giovanni Migliavacca, attualmente alla guida del Ros di Catanzaro ed in precedenza alla guida del Nucleo investigativo di Vibo prima della successione nel gennaio 2013 con il primo. Il capitano Califano ha infatti ricordato oggi in aula sia la circostanza che il pentito Gerardo D'Urzo di Sant'Onofrio (uno degli autori della strage dell'Epifania del '91 che lasciò nella piazza principale del paese due morti e 11 feriti) sul finire degli anni '90 aveva a lungo parlato di Fortunato Patania, e sia il fatto che le denunce per pascolo abusivo anteriori all'omicidio di Michele Mario Fiorillo del settembre 2011, unitamente ad altri elementi, portavano a ritenere l'esistenza del clan Patania come attivo in tutta la Vallata del Mesima, da Stefanaconi sino alla frazione Sant'Angelo di Gerocarne, ben quindi prima dello scoppio della faida con i Piscopisani ed il gruppo di Emilio Bartolotta.

Il capitano Giovanni Migliavacca, ascoltato dal Tribunale nell'udienza del 23 marzo scorso, aveva invece spiegato al Collegio che "sostanzialmente" si poteva dire che sino allo scoppio della faida i Patania "erano una famiglia non attenzionata da un punto di vista strettamente mafioso",  e che prima dell'omicidio di Michele Mario Fiorillo e il giorno dopo di Fortunato Patania gli stessi Patania "erano quasi sconosciuti nel panorama mafioso locale".

Da ricordare, in ogni caso, che sia Fortunato Patania che altri suoi familiari erano stati interessati dall'operazione antimafia denominata "Corona" (la più grossa inchiesta giudiziaria con epicentro Stefanaconi), scattata nel 1998 ad opera della Dda di Catanzaro e poi finita fra proscioglimenti e assoluzioni. Altra importante inchiesta, denominata "Zain" era stata invece portata a termine - reggendo nel proprio impianto accusatorio - nel 2008 ad opera dell'allora comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo, Nazzareno Lopreiato, contro un gruppo di estorsori che vedeva uniti alcuni componenti del clan Patania (oggi sotto processo per "Romanzo criminale") ed i Piscopisani.

Michele Penna

L'omicidio Penna, il comandante Cannizzaro e il sacerdote Santaguida. Secondo quanto riferito oggi in aula dal capitano Califano, sia l'allora parroco di Stefanaconi, Salvatore Santaguida, che l'allora comandante della Stazione dei carabinieri di Sant'Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, si sarebbero dati da fare per recuperare il corpo di Michele Penna (in foto a sinistra), l'assicuratore e segretario dell'Udc di Stefanaconi scomparso per lupara bianca "e con un ruolo criminale di primo piano - ha raccontato il teste - a Stefanaconi". Ad avviso dell'investigatore, però, diverse sarebbero state le motivazioni che avrebbero spinto prete e maresciallo ad impegnarsi nelle ricerche del corpo di Penna. Ragioni di carità cristiana per Santaguida che voleva dare una degna sepoltura a Penna per come insistentemente chiedevano i suoi genitori, avversione - secondo quanto riferito da Califano in aula - nei confronti dei clan Bonavota e Bartolotta (ritenuti coinvolti nell'omicidio di Penna) per quanto riguarda Cannizzaro.

codice penale

Su tali vicende, quindi, il teste ha riferito delle ipotesi investigative formulate dal suo reparto. Ad avviso del comandante Califano, Michele Penna sarebbe stato legato al pregiudicato Antonino Lopreiato (Ninu i Murizzu), anche quest'ultimo poi ucciso in un agguato. Il teste ha così indicato l'informativa da lui redatta su tale ultimo fatto di sangue (poi confluita nell'operazione Amarcord) con il deferimento all'autorità giudiziaria dei mandanti e degli esecutori materiali del fatto di sangue. La tesi del reparto diretto dal capitano, sulla scorta delle dichiarazioni rese da Loredana Patania, ipotizzò che i figli di Fortunato Patania si sarebbero impegnati a trovare il cadavere di Michele Penna per fare un favore al sacerdote Santaguida poichè credevano che quest'ultimo era a sua volta legato al maresciallo Cannizzaro il quale con l'intercessione del sacerdote avrebbe lasciato immuni da future indagini i Patania.

toga

Questa la tesi dei carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo che però in alcuni passaggi si scontra con due dati oggettivi: l'ordinanza del gip distrettuale Di Girolamo che ha fortemente ridimensionato l'impianto accusatorio nei confronti di Salvatore Santaguida (tanto da respingere con un articolato ragionamento logico-giuridico la richiesta di arresto nei confronti del sacerdote), ed il fatto che nel provvedimento di fermo a carico di esecutori e mandanti dell'omicidio di Antonino Lopreiato era stato indicato - sulla scorta delle dichiarazioni di Loredana Patania - quale esecutore materiale del delitto Francesco Scrugli. Lo stesso Scrugli che però, al momento del fatto di sangue, si trovava detenuto in carcere. Circostanza, quest'ultima, che ha "costretto" la stessa Dda a "correggere" poi il provvedimento di fermo all'atto della richiesta di custodia cautelare per l'omicidio di Antonino Lopreiato.

Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di   Stefanaconi.

Stefanaconi Patania

In basso da sinistra verso destra: Giuseppe Patania, Bruno Patania, Andrea Patania, Cosimo Caglioti

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