Due ex amministratori e un consigliere di minoranza non hanno ancora scontato l'eventuale turno elettorale dopo lo scioglimento dell’ente per infiltrazioni mafiose nel 2014. Si ritorna in Appello

di GIUSEPPE BAGLIVO

Sono state depositate le motivazioni con le quali nel novembre scorso la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero dell’Interno avverso la decisione con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro aveva confermato il verdetto del Tribunale di Vibo che il 25 marzo 2015 aveva dichiarato “improcedibile” la richiesta del Viminale finalizzata ad ottenere la dichiarazione di incandidabilità alle elezioni di due ex amministratori del Comune di Ricadi e di un ex consigliere comunale di minoranza, tutti ritenuti responsabili di condotte contributive dello scioglimento degli organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose. Scioglimento datato 11 febbraio 2014. La decisione della Cassazione interessa l'ex sindaco Pino Giuliano, l'ex assessore comunale all'Urbanistica ed ai Lavori pubblici Giuseppe Di Tocco, e l'ex consigliere di minoranza Francesco Saragò.

Catanzaro tribunale

Il Tribunale di Vibo e la Corte d'Appello avevano dichiarato "improcedibile" il ricorso ritenendo che gli interessati avessero già scontato l'eventuale turno di incandidabilità in occasione del turno elettorale per le elezioni amministrative del 25 maggio 2014, riguardante però altri Comuni calabresi diversi da Ricadi. Nè i giudici di primo grado e neanche quelli d'appello erano così entrati nel merito delle "contestazioni".

ministero interni

Il ricorso del Viminale e la Cassazione. La Suprema Corte, nell'accogliere il ricorso del Ministero dell'Interno, oltre a rimarcare che il procedimento sull'incandidabilità resta ben distinto da un'eventuale procedimento penale, essendo sufficiente che gli amministratori siano stati "in colpa nella cattiva gestione della cosa pubblica, aperta alle ingerenze e alle pressioni delle associazioni criminali operanti sul territorio", ha fissato i paletti sull'interpretazione da dare alla legge che regolamenta il turno elettorale da scontare per gli amministratori dichiarati incandidabili con sentenza definitiva. Secondo la Suprema Corte, il turno elettorale di incandidabilità va scontato da parte degli amministratori, ritenuti responsabili con le loro condotte di aver contribuito allo scioglimento per mafia degli organi elettivi dell’ente, sia alle prime elezioni amministrative che interessano il proprio Comune, sia alle prime elezioni provinciali e sia alle prime elezioni regionali e circoscrizionali.

Corte di Cassazione

Per tali motivi la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero dell'Interno ed ha annullato la sentenza della Corte d'Appello di Catanzaro che si era pronunciata per "l'improcedibilità" della richiesta di incandidabilità del Viminale. L'annullamento della Suprema Corte è con rinvio del caso sempre alla Corte d'Appello di Catanzaro che, in diversa composizione, dovrà questa volta esaminare nel merito tutte le "contestazioni" mosse dal Ministero dell'Interno ai due ex amministratori comunali di Ricadi (l'ex sindaco Pino Giuliano e l'ex assessore Giuseppe Di Tocco) ed all'ex consigliere comunale di minoranza (Franco Saragò) e che sono alla base della richiesta di incandidabilità nei loro confronti.

pino-giuliano

Le "contestazioni" del Viminale. Secondo il decreto di scioglimento per mafia del Comune di Ricadi, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, la Prefettura di Vibo ed il Viminale contestano all’ex sindaco, Pino Giuliano (in foto a sinistra), fra le altre cose, di aver realizzato un proprio complesso turistico servendosi di una ditta vicina ad una cosca, assumendo poi in tale struttura il congiunto di un capoclan ed un killer del clan La Rosa di Tropea passato in seguito fra i collaboratori di giustizia. Nel settore dei lavori pubblici, la manutenzione della rete idrica sarebbe invece finita ad una ditta in odore di mafia, mentre le abitazioni abusive di soggetti legati alla criminalità non sarebbero mai state demolite ed il demanio marittimo sarebbe stato occupato abusivamente da parenti degli amministratori. L'allora sindaco e l'allora assessore avrebbero poi affidato il Piano spiagge a tecnici esterni “senza alcuna selezione”. Un sacerdote, zio del consigliere Franco Saragò, sarebbe invece andato a Limbadi a casa del boss Pantaleone Mancuso (cl. ’47, deceduto nell'ottobre 2015) a chiedere voti per il nipote candidato alle amministrative del Comune di Ricadi. Il sostegno elettorale in tale caso, stando alle risultanze dell'inchiesta "Black money", avrebbe portato in favore del candidato Saragò solo un voto da parte dei Mancuso: quello di una delle figlie, residente nel comune di Ricadi, del defunto boss. Il rinvio della Cassazione alla Corte d'Appello di Catanzaro è stato fatto anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

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