Vincenzo Barba, chiamato a deporre oggi dal pm della Dda, Camillo Falvo, ha finito per confermare quanto già raccontato in aula dall'ex capo della Mobile Maurizio Lento

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di GIUSEPPE BAGLIVO

Era stato chiamato a deporre in aula nel processo nato dall'operazione "Purgatorio" per confermare alcune dichiarazioni verbalizzate dai poliziotti della Questura di Vibo Valentia nel febbraio 2015 e che dovevano servire a rafforzare l'impianto accusatorio. Ma Vincenzo Barba, 30 anni, di Vibo Valentia, figlio di Franco Barba (quest'ultimo già condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo "Nuova Alba"quale esponente di spicco del clan Lo Bianco-Barba), rispondendo oggi alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ha finito per disconoscere in aula alcune dichiarazioni verbalizzate lo scorso anno dai poliziotti della Questura di Vibo ed in particolare dal poliziotto Rubino. Alla fine della deposizione, il pm Camillo Falvo ha così chiesto, ed ottenuto dal Collegio, la trasmissione degli atti all'Ufficio di Procura distrettuale per valutare le dichiarazioni di Vincenzo Barba e decidere il da farsi.

tribunale toga aula

Le dichiarazioni di Vincenzo Barba. Il giovane ha spiegato in aula di aver lasciato da circa un anno Vibo Valentia - ritornando solo ogni due mesi per far visita ai genitori - per trasferirsi in Spagna dove gestisce attualmente una pizzeria. Il teste ha quindi ricordato di aver ricevuto in prestito dal suo amico Antonio Campisi di Nicotera (figlio del broker della cocaina Domenico Campisi, ucciso nel giugno 2012) la somma di 46mila euro in contanti per far fronte a delle difficoltà finanziarie che aveva a Vibo con una sua impresa edile. Vincenzo Barba ha raccontato poi di aver restituito i soldi ad Antonio Campisi, anche attraverso la consegna del denaro a Salvatore Cuturello, zio del Campisi stesso.

squadra-mobile-

"Per la restituzione dei soldi - ha dichiarato Barba in aula - ho avuto una discussione con Antonio Campisi il quale era però armato di pistola e mi prese a schiaffi". Il giorno dopo, quindi, Vincenzo Barba chiese in Questura a Vibo di poter parlare con l'allora capo della Squadra Mobile, Maurizio Lento, il quale lo invitò nei suoi uffici. "Non volevo però farmi vedere in Questura a Vibo - ha sottolineato il teste al Tribunale - e per questo il dottore Lento mi suggerì che era possibile vedersi nei locali della polizia stradale di Lamezia Terme essendo lui di ritorno in macchina da Catanzaro con il suo vice Emanuele Rodonò. Così avvenne, ma nel corso dell'incontro io non raccontai mai a Lento e Rodonò l'episodio delle minacce di Antonio Campisi, ma chiesi invece loro di sapere se vi erano delle novità sulle denunce che avevo fatto in ordine ad alcune intimidazioni - fra danneggiamenti e spari sin sotto casa - che avevo subito a Vibo.

Tribunale Vibo Valentia

Avevo consegnato, all'atto della denuncia contro ignoti, delle videoriprese e intendevo sapere se vi erano delle novità, se potevo stare tranquillo e non temere nuove intimidazioni. Il dottore Lento - ha proseguito Barba - mi disse che la giustizia è lenta ma che i risultati sarebbero arrivati e le indagini stavano andando avanti. Tuttavia, vedendomi turbato, mi disse che se avevo intenzione di aggiungere qualunque cosa o denunciare qualcuno, mi avrebbe subito accompagnato in auto a Catanzaro negli uffici della Dda. Io però non feci alcun nome al dottore Lento perchè non avevo intenzione di collaborare e andai via. Mai il dottore Lento mi disse di non denunciare qualcuno ed io mai ho detto all'ispettore Rubino che Lento mi suggerì di non denunciare Campisi. Ciò non è mai avvenuto". Su tale circostanza e sull'incontro nei pressi della sede della polizia stradale di Lamezia, il racconto del teste conferma quindi quanto già raccontato in aula nella precedente udienza dall'imputato Maurizio Lento.

Questura-Vibo

Il pm, Camillo Falvo, a questo punto ha contestato a Vincenzo Barba di avere invece detto cose diverse nel verbale reso ai poliziotti della Questura di Vibo e dallo stesso firmato. Il teste ha però spiegato - rispondendo alle domande del pm, a quelle dell'avvocato Maurizio Nucci (difensore di Maurizio Lento) ed a quelle dell'avvocato Armando Veneto (difensore di Emanuele Rodonò) - di essere stato interrogato in Questura a Vibo dal sovrintendente Rubino ed altri poliziotti in un clima non sereno, tanto da dover poi ricorrere dopo 5 ore di interrogatorio, alle cure dell'ospedale di Vibo. "Soffro di crisi di ansia e depressione - ha riferito in aula Vincenzo Barba - e per questo dopo l'interrogatorio ho fatto ricorso all'ospedale di Vibo per prendere dei calmanti. Mi ritengo perseguitato insieme alla mia famiglia dall'ispettore Rubino - ha sostenuto Barba - e non ho ben letto ciò che mi hanno fatto firmare. La stesura del verbale non è avvenuta gradualmente rispetto a ciò che raccontavo ed anzi i poliziotti spesso si fermavano e si confrontavano fra loro su come redigere il verbale che non mi hanno mai riletto. Rubino mi disse solo alla fine di dargli un'occhiata, di rileggerlo e poi di firmare. Così feci, in un clima però non sereno e sentendomi sempre sotto pressione ed intimorito da Rubino che mi minacciò di ritirarmi il passaporto prendendomi poi la carta d'identità che tuttora non ho".

polizia arresti

Vincenzo Barba ha infine riferito che il padre - diversamente da quanto appreso in Questura dai poliziotti nel corso dell'interrogatorio - gli negò di avere debiti con Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni", persona che conosceva da oltre 30 anni per aver fatto il servizio militare insieme.

Spetterà ora al pm Camillo Falvo valutare la deposizione di Vincenzo Barba in tutti i suoi aspetti, dal racconto del prestito da parte di Antonio Campisi, che si sarebbe presentato armato per ottenere la restituzione del denaro, sino alle modalità di verbalizzazione in Questura a Vibo delle dichiarazioni dello stesso Barba. Il Tribunale collegiale, presieduto dal giudice Alberto Filardo (a latere Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco), ha quindi aggiornato il processo al 30 settembre prossimo per completare l'esame di Maurizio Lento, sotto processo insieme ad Emanuele Rodonò ed all'avvocato Antonio Galati.

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