Maurizio Lento nel processo a suo carico ha respinto dinanzi al Tribunale di Vibo tutte le accuse mossegli dalla Dda, offrendo al Collegio ed al pm molteplici elementi di valutazione

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di GIUSEPPE BAGLIVO

Indagini contro i clan Il Grande di Parghelia, ora confluite nella recente operazione "Costa pulita", indagini contro Pasquale Quaranta ed il suo gruppo di Santa Domenica di Ricadi. Ed ancora: operazioni come "Goodfellas" contro il clan Lo Bianco di Vibo, indagini sul ferimento di Romana Mancuso e del figlio, indagini su Salvatore Bonavota, sull'omicidio di Michele Palumbo a Longobardi e sul clan dei Piscopisani. Non ha tralasciato nulla, Maurizio Lento, in quasi quattro ore di deposizione dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Alberto Filardo (a latere i giudici Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco). Rispondendo alle domande del pm Camillo Falvo, Maurizio Lento ha spiegato di aver portato a termine a Vibo con il suo vice Emanuele Rodonò "un'attività investigativa proficua, nascendo poi un intenso rapporto di amicizia. Rodonò non si è mai lamentato - ha ricordato Lento - in ordine all'attività da lui svolta, se non le lamentele di ordine generale sull'assenza di uomini e mezzi come in molte Questure.

Tribunale Vibo Valentia

Rodonò ha sempre goduto della mia massima fiducia - ha ribadito Lento - e non mi ha mai rappresentato doglianze su eventuali pressioni ricevute. Rodonò inizia ad occuparsi della sezione antidroga acquisendo specifiche conoscenze sulle dinamiche criminali delle Preserre vibonesi che portano poi all'operazione "Ghost" con l'allora pm della Dda di Catanzaro Giampaolo Boninsegna. Alla Squadra Mobile - ha continuato ancora Lento - in quel periodo dividevamo i compiti, io mi occupavo dei Lo Bianco, l'ispettore Condoleo su altri fronti, ma tutto sempre coordinato con i pm Manzini prima e Giampaolo Boninsegna e Pierpaolo Bruni poi. Di intesa con il pm Boninsegna iniziamo in particolare ad indagare sui Piscopisani dopo l'omicidio di Michele Palumbo. Avevo un ottimo rapporto con Boninsegna, è nata anche un'amicizia. Ho conosciuto invece il dottore Giancarlo Bianchi, all'epoca presidente del Tribunale collegiale di Vibo, appena arrivato a Vibo Valentia. Era il mio ufficio - ha ricordato Lento in aula - che si occupava delle misure di protezione di cui era destinatario il magistrato. Tramite il presidente Bianchi ho quindi conosciuto il pm Paolo Petrolo ed i giudici Cristina De Luca e Manuela Gallo con i quali si usciva insieme. Quando arrivai a Vibo conoscevo invece già il procuratore Mario Spagnuolo, che era cosentino come me, il pm Santi Cutroneo che proveniva da Reggio, mentre ho conosciuto a Vibo il pm Fabrizio Garofalo. Ho sempre avuto ottimi rapporti con tutti i magistrati con i quali ho lavorato o che ho frequentato".

toga camera penale

La conoscenza con l'avvocato Galati. "Conosco l'avvocato Galati - ha ricordato Maurizio Lento - nel 2009 tramite il presidente Bianchi al quale raccontai un momento di criticità che avevo avuto con l'avvocato Galati il quale mi aveva detto che in un atto della Squadra Mobile, in relazione al carcere duro per Luigi Mancuso, suo assistito, vi erano degli errori. In realtà l'atto in questione - ha spiegato Lento - era opera della Squadra Mobile di Catanzaro. Il giudice Bianchi stemperò le cose e con Galati è nata poi un'amicizia. Mai, e sottolineo mai, ho però parlato a Galati delle mie indagini in corso e la prova più evidente e logica è data dal fatto - ha rimarcato Lento - che se Galati avesse saputo di essere indagato o intercettato, non avrebbe di certo parlato in macchina o nel casolare di Pantaleone Mancuso. Io non posso interpretare - ha spiegato Lento al pm Camillo Falvo - il pensiero dell'avvocato Galati e il motivo per il quale lui diceva nel casolare a Pantaleone Mancuso (Vetrinetta) che io indagini non ne facevo. Dal punto di vista giuridico ed anche intellettuale - ha rimarcato Lento - è giusto chiedere spiegazioni su tale frase all'avvocato Galati il quale avrebbe anche potuto millantare con Mancuso, ma bisogna chiederlo a lui questo. Una cosa è certa - ha aggiunto Lento -, vale a dire che se Galati e Mancuso parlavano liberamente nel casolare è perchè non sapevano quello che io invece sapevo, e cioè che vi era un'attività investigativa in corso del maggiore Sozzo del Ros di Catanzaro su Pantaleone Mancuso. E lo sapevo perchè nel febbraio 2011 vi era stata una riunione a Catanzaro con tutti i magistrati e gli investigatori in cui avevamo fatto il punto su tutte le indagini da portare avanti contro i Mancuso e non solo. Neanche a mia moglie che pure è un poliziotto come me - ha continuato Lento - ho mai svelato delle mie indagini in corso ed infatti non c'è un solo dialogo in cui con Galati parlo di indagini in corso".

carabinieri cappello

I timori di Lento ed il rapporto con il capitano Migliavacca. Dopo aver ricordato di aver conosciuto Pantaleone Mancuso (Vetrinetta) nel suo ufficio a Vibo poichè presentatogli dall'avvocato Galati in occasione della notifica al boss di Limbadi del provvedimento di sorveglianza speciale, ma di aver mantenuto da poliziotto sempre un atteggiamento "irreprensibile ed improntato alla massima prudenza", al pari della conoscenza di Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", e di Pantaleone Mancuso, alias "l'Ingegnere", conosciuti in Tribunale nel corso di un processo, l'ex dirigente Maurizio Lento è passato a spiegare un episodio specifico che l'ha molto toccato. "Quando a Galati nel corso di una conversazione di carattere generale, intercettata, manifestavo il timore di poter essere indagato - ha chiarito Lento - mi riferisco al fatto che ero io il responsabile di due poliziotti finiti sotto indagine a Catanzaro ad opera della Dda ed accusati, e poi assolti, di non aver trascritto alcune intercettazioni.

Maurizio Lento

Nel dialogo con Galati - ha continuato Lento - manifesto rancore nei confronti del capitano dei carabinieri Giovanni Migliavacca perchè io, per spirito di collaborazione fra forze di polizia e poichè mi ritengo una persona corretta, ho fornito a Migliavacca alcune intercettazioni che gli potevano essere utili per la sua indagine sul clan Tripodi. Alla Dda era invece passata l'idea che ero stato io quasi a vendermi i miei uomini che si sono poi ritrovati indagati con l'accusa, aggravata dalle finalità mafiose, di non aver correttamente trascritto le intercettazioni al fine favorire i clan. Poi i poliziotti indagati sono stati totalmente prosciolti". Un proscioglimento ed una correttezza dell'operato dei due poliziotti sottolineato in aula anche dal pm Camillo Falvo. L'episodio ha segnato però un "rancore" mai sanato con il capitano Migliavacca da parte di Maurizio Lento che oggi, con la voce rotta dall'emozione, ha ricordato in aula quella fase e quell'episodio, ribadendo la correttezza del suo operato anche in occasione della notifica dell'esame autoptico ai familiari di Santa Buccafusca, la moglie di del boss Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", che si è suicidata ingerendo acido muriatico.

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