'Ndrangheta: Comune di Mongiana e incandidabilità, Cassazione dà ragione al Viminale
Gli amministratori (8 tuttora in carica) non hanno ancora scontato il turno elettorale dopo lo scioglimento dell'ente per infiltrazioni mafiose nel 2012. Il caso ritorna in Appello
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di GIUSEPPE BAGLIVO
Accolto dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione il ricorso del Ministero dell’Interno avverso la decisione con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro il 30 gennaio 2015 aveva dichiarato “improcedibile” la richiesta del Viminale che chiedeva venisse dichiarata l’incandidabilità degli ex amministratori del Comune di Mongiana, nelle Serre Vibonesi, tutti ritenuti responsabili di condotte all’origine del provvedimento di scioglimento degli organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose. Scioglimento che porta la data del 12 luglio 2012. In primo grado il Tribunale di Vibo Valentia aveva dichiarato incandidabili per un turno elettorale l’allora sindaco di Mongiana, Rosamaria Rullo, l’allora vicesindaco Domenico Pisano e l’allora presidente del Consiglio comunale Giuseppe Campese.

Avverso tale decisione aveva proposto appello il Ministero dell’Interno sostenendo che la decisione del Tribunale di Vibo Valentia (sezione civile) fosse da riformare nella parte in cui non era stata dichiarata l’incandidabilità nei confronti di Bruno Iorfida, Francesco Angiletta, Cosimo Foti, Domenicantonio Aloi, Cosimo Fazio, Fernando Franzè, Vito Scopacasa, Francesco Sibio, Vincenzo Condina, Fiorella Tripodi.
La Corte d’Appello di Catanzaro il 30 gennaio 2015 aveva quindi dichiarato “improcedibile” sia la domanda del Ministero dell’Interno finalizzata ad estendere la dichiarazione di incandidabilità a tali amministratori comunali, sia quella di Rosamaria Rullo, Domenico Pisano e Giuseppe Campese finalizzata a cancellare nel merito la dichiarazione di incandidabilità nei loro confronti ai sensi della legge antimafia. La Corte d’Appello di Catanzaro non era però entrata nel merito delle contestazioni per nessuno degli amministratori comunali sostenendo che anche in caso di eventuale riconoscimento nei loro confronti di tutti i motivi di incandidabilità ai sensi della legge antimafia, gli stessi avevano in ogni caso già scontato il turno elettorale di incandidabilità non presentandosi alle prime elezioni amministrative che si sono svolte in altri Comuni calabresi diversi da Mongiana.

Le censure della Cassazione. Accogliendo ora il ricorso del Ministero dell’Interno, la Suprema Corte ha annullato con rinvio ad altra sezione civile della Corte d’Appello di Catanzaro la decisione dei giudici calabresi di secondo grado. I nuovi giudici catanzaresi dovranno quindi adesso esaminare nel merito le contestazioni mosse dal Viminale nei confronti di tutti gli amministratori di Mongiana per i quali ha avanzato richiesta di incandidabilità. Per la Cassazione l’interpretazione data dalla Corte d’Appello è infatti errata nella parte in cui ha ritenuto che il turno elettorale di incandidabilità, ai sensi della legge antimafia, gli amministratori lo possano scontare non presentandosi semplicemente in una sola delle elezioni che si svolgono nell’ambito della regione dopo lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Secondo la Suprema Corte, il turno elettorale di incandidabilità va invece scontato da parte degli amministratori, ritenuti responsabili con le loro condotte di aver contribuito allo scioglimento per mafia degli organi elettivi dell’ente, sia alle prime elezioni amministrative che interessano il proprio Comune, sia alle prime elezioni provinciali e sia alle prime elezioni regionali e circoscrizionali. Nel caso di Mongiana, subito dopo lo scioglimento degli organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose (nel 2012) si erano tenuti due turni elettorali di amministrative che riguardavano però altri Comuni. Nelle motivazioni della decisione, depositate qualche giorno fa, la Cassazione ha ribadito, come già fatto in precedenza con gli analoghi casi di Nardodipace e Briatico, che il turno di incandidabilità va riferito al primo turno successivo di ciascuna elezione – regionale, provinciale, comunale e circoscrizionale – che si svolga nella regione nel cui territorio si trova l’ente interessato.

Le contestazioni. Bruno Iorfida, consigliere comunale all’epoca dello scioglimento per infiltrazioni mafiose del Consiglio comunale di Mongiana (luglio 2012), è stato eletto sindaco con la lista “Mongiana nel cuore” nel maggio 2014. Insieme a Iorfida, nel maggio 2014 sono stati eletti consiglieri comunali anche Francesco Angiletta (ex assessore della giunta del sindaco Rosamaria Rullo e candidato a sindaco nelle ultime amministrative contro Iorfida), Domenicantonio Aloi, Cosimo Fazio, Fernando Franzè (che facevano parte anche del precedente Consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose). Per tutti loro, il Ministero dell’Interno aveva chiesto l’incandidabilità ai sensi della legge antimafia, ma il Tribunale civile di Vibo in primo grado l’ha respinta. L’appello del Ministero dell’Interno – che ritiene anche Iorfida, Angiletta, Aloi, Fazio e Franzè responsabili con le loro condotte dello scioglimento nel 2012 del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose – nel merito delle contestazioni non è stato però mai esaminato per le ragioni sopra dette. Incandidabili in primo grado – in quanto ritenuti responsabili dello scioglimento degli organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose – sono stati invece dichiarati l’ex sindaco Rosamaria Rullo, Domenico Pisano e Giuseppe Campese. Improcedibile in appello il loro ricorso (con una motivazione ora bocciata dalla Cassazione), pure loro tre sono stati rieletti consiglieri comunali nel maggio 2014.

Il “caso” Mongiana, i ricorrenti al Tar e la mancata assunzione di responsabilità politica. In pratica, stando così le cose, sono 8 gli amministratori attualmente in carica a Mongiana, fra sindaco e consiglieri comunali, che il Ministero dell’Interno ritiene incandidabili poiché con le loro condotte avrebbero contribuito allo scioglimento nel 2012 per infiltrazioni mafiose degli organi elettivi dell’ente. Un caso più unico che raro, quello di Mongiana, “attenzionato” pure dalla Prefettura di Vibo Valentia. Questo anche perché, al di là della candidabilità o meno dei singoli amministratori, o del turno elettorale già scontato o meno, vi è un altro dato ancor più rilevante che chiama direttamente in causa la politica. Il precedente decreto di scioglimento degli organi elettivi del Comune di Mongiana era stato infatti impugnato dinanzi al Tar del Lazio. I giudici amministrativi con sentenza del 7 ottobre 2013 hanno respinto il ricorso confermando in pieno il decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose di quel Consiglio comunale di Mongiana.

Fra i ricorrenti al Tar, vi erano anche l’attuale sindaco Bruno Iorfida, e gli attuali consiglieri comunali Rosamaria Rullo, Domenico Pisano, Giuseppe Campese, Francesco Angiletta, Fernando Franzè, Cosimo Fazio e Domenicantonio Aloi. Oltre a loro, pure l’allora consigliere comunale Cosimo Foti. I ricorrenti non hanno impugnato il verdetto del Tar davanti al Consiglio di Stato, percui dinanzi alla giustizia amministrativa la legittimità dello scioglimento dei precedenti organi elettivi del Comune di Mongiana per infiltrazioni mafiose è divenuta definitiva. Ben 8 degli attuali amministratori comunali (sindaco Iorfida compreso) hanno dunque sostenuto dinanzi ai giudici amministrativi che non vi fossero gli estremi per sciogliere i precedenti organi elettivi dell’ente per infiltrazioni mafiose, proponendo infatti ricorso al Tar (respinto) contro la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Ministero dell’Interno. Nonostante i giudici amministrativi abbiano dato loro torto su circostanze molto rilevanti per chi è chiamato a gestire la cosa pubblica (la presenza di infiltrazioni mafiose all’interno di un Comune), gli otto amministratori non hanno inteso farsi politicamente da parte e sono stati rieletti.

All’interno dell’attuale Consiglio comunale siedono così 7 consiglieri, oltre al sindaco, che hanno sostenuto dinanzi ai giudici amministrativi l’assenza di infiltrazioni mafiose all’interno dei precedenti organi elettivi del Comune eletti nel 2009. Infiltrazioni invece confermate dal Tar Lazio il 25 luglio 2013, in accoglimento delle ragioni del Viminale e della Presidenza del Consiglio, che ha ravvisato una penetrante ingerenza nel Comune di Mongiana da parte dei clan Pisano ed Emanuele, ritenuti dai giudici in rapporti con gli amministratori ed in particolare con Giuseppe Campese (cugino dei Pisano e degli Emanuele), Domenico Pisano (cognato del sorvegliato speciale Francesco Vallelonga) e Rosamaria Rullo “controllata – scrive il Tar - o notata con i tre fratelli Pisano” e che sarebbe stata in contatti con “Ottavio Emanuele, già imputato per associazione mafiosa, armi, tentato omicidio, rapina ed estorsione, e ancora con Antonio Decimo Emanuele, fratello del precedente, e con – sostiene ancora il Tar - Vittorio Emanuele, nipote del primo, e di condotte non dissimili”.

Gli altri casi analoghi nel Vibonese. Quello di Mongiana non è tuttavia il solo caso nel Vibonese di amministratori pubblici che, pur avendo perso dinanzi alla giustizia amministrativa i loro ricorsi finalizzati a chiedere l’annullamento dei precedenti decreti di scioglimento per infiltrazioni mafiose dei rispettivi organi elettivi dell’ente, si sono ricandidati ed attualmente ricoprono cariche pubbliche. Nel Comune di Briatico, infatti, l’ex sindaco Costantino Massara, pur avendo perso il proprio ricorso dinanzi ai giudici amministrativi contro lo scioglimento per infiltrazioni mafiose della sua amministrazione, attualmente ricopre l’incarico di assessore comunale nella giunta guidata dal sindaco Andrea Niglia (che è pure il presidente della Provincia di Vibo). E’ il caso poi di San Calogero dove il ricorso dinanzi al Tar ed al Consiglio di Stato è stato perso dall’attuale sindaco Nicola Brosio e dagli attuali consiglieri comunali Santo Bertuccio e Antonio Calabria (tutti rieletti nel maggio 2015).

A Nardodipace, infine, la Cassazione (precedendo il verdetto per il Comune di Mongiana) ha già annullato con rinvio la decisione della Corte d’Appello di Catanzaro di dichiarare l’improcedibilità dell’incandidabilità chiesta dal Ministero dell’Interno nei confronti dell’ex sindaco Romano Loielo e dell’ex vicesindaco Romolo Tassone (incandidabili in primo grado). La Corte d’Appello dovrà altresì entrare nel merito delle contestazioni che il Ministero dell’Interno muove, oltre che a Romano Loielo e Romolo Tassone, anche agli ex amministratori Pasquale La Rosa, Aurelio Tassone, Antonio Maiolo, Antonio Franzè e Alberto Franzè, tutti dichiarati candidabili in primo grado (e che erano stati rieletti nel 2013 dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del primo Consiglio comunale nel 2011) ma che il Viminale, appellando il verdetto, ritiene invece “parenti di pregiudicati o in frequentazione con esponenti delle cosche”. Gli organi elettivi del Comune di Nardodipace sono stati in ogni caso sciolti una seconda volta per infiltrazioni mafiose nel dicembre 2015 (sempre con sindaco Romano Loielo, candidato pure nel novembre 2014 alle regionali con Fratelli d’Italia a sostegno di Wanda Ferro) ed attualmente l'ente è retto per questo da una terna commissariale.
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