Secondo il pentito, il gestore del Cin Cin Bar, arrestato nell'inchiesta "Robin Hood", sarebbe stato "il portaborse di Vallelunga" e si rivolgeva a Salerno quando "aveva bisogno di favori"

di MIMMO FAMULARO

C'è anche l'imprenditore vibonese Gianfranco Ferrante tra le nove persone arrestate questa mattina nell'ambito dell'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e denominata in codice “Robin Hood”. Nato nel 1964 a Cetraro, Ferrante è vibonese d'adozione ed insieme alla moglie gestisce uno dei più noti bar di Vibo Valentia, il “Cin Cin”, ubicato proprio davanti all'ospedale “Jazzolino”.

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Le accuse. Insieme al consigliere regionale Nazzareno Salerno e all'impiego di Equitalia Vibo Vincenzo Spasari è accusato, in concorso morale e materiale tra loro, di aver costretto all'interno del “Vivaio Santacroce” l'ex direttore generale del Dipartimento 10 della Regione Calabria Bruno Calvetta ad affidare la responsabilità del progetto “Credito Sociale” (gestito fino a quel momento da un funzionario che sarebbe stato sgradito a Salerno) a Vincenzo Caserta. Un'intimidazione in piena regola che per gli inquirenti sarebbe sta aggravata proprio dalla presenza di Spasari e Ferrante, ritenuti vicini alla famiglia Mancuso il primo e ai Vallelunga il secondo.

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Il profilo. La figura di Gianfranco Ferrante è tra l'altro studiata analiticamente dai carabinieri del Ros che all'imprenditore vibonese dedicano sei pagine di una propria informativa. Di lui parlano i collaboratori di giustizia vibonesi, Raffaele Moscato e Andrea Mantella che in una recente deposizione effettuata nel corso del processo antimafia “Black Money” dichiara in aula di aver conosciuto Cosmo Michele Mancuso al Cin Cin Bar presentato una volta da Gianfranco Ferrante. Il pentito vibonese indica l'imprenditore a disposizione di tutti i gruppi criminali vibonesi, soprattutto dei Mancuso ed inizialmente vicino ai Vallelunga: “Era un portaborse di Damiano Vallelunga”. Da qui il legame che investigatori ipotizzano con il consigliere regionale di Serra San Bruno Nazzareno Salerno al quale Ferrante – secondo quanto sostenuto da Mantella – si rivolgeva quando aveva bisogno di favori.

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Affiliato con nessuno, a disposizione di tutti. Questo il profilo di Ferrante tracciato, in estrema sintesi, dal pentito vibonese. “Non pagava nessuno, ma si metteva a disposizione di tutti”. Oltre ad essere “un uomo dei Vallelunga”, Ferrante sarebbe vicino anche ai Mancuso dai quali – afferma Mantella - prendeva per il bar l'olio di oliva, il vino di zibibbo, la farina, il pane. “I Mancuso – precisa – gli portavano la roba per venderla”. Mantella racconta poi un particolare. Ogni 5 dicembre mandava i suoi ragazzi a farsi un giro per raccogliere soldi tra i commercianti. “Ferrante – aggiunge – era un testa montanta perché amico dei Mancuso. Io davanti a Enzo Barba gli dissi che gli mettevo una bomba e gli facevo arrivare le pentole al Pronto Soccorso. Questo qui se ne andò da Damiano Vallelunga il quale gli disse: 'Mo' me la vedo io per aggiustare la situazione perché i Lo Bianco non ti fanno niente, ma questo (Mantella) ti scassa veramente tutte le cose'. Da allora in poi, dal 2003 al 29 aprile del 2016 con me – riferisce Mantella – si è messo sempre a disposizione”.

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Le dichiarazioni di Moscato. Dell stesso tenore le dichiarazioni dell'altro pentito Raffaele Moscato che inquadra Ferrante come intimo amico di Damiano Vallelunga ed in buonissimi rapporti con i suoi parenti. “Gianfranco del Cin Cin – rivela ai magistrati – ha contatti con Andrea Mantella e con i suoi, Salvatore Morelli, Antonio Pardea e, quando era in vita, Francesco Scrugli. Con quest'ultimo si rispettavano molto. Loro in sostanza vengono favoriti pagando delle cifre simboliche quando vanno presso il suo esercizio commerciale e questo accade perché Gianfranco era amico di Damiano Vallelunga il quale gli aveva detto che non doveva pagare il pizzo, ma mettersi a disposizione”.

Ferrante e i "Piscopisani". Secondo quanto riferito sempre da Raffaele Moscato, Gianfranco Ferrante era solito cambiare assegni "provento di usura, estorsione e altri reati" e sarebbe stato consapevole della provenienza di quei titoli. "Una volta - racconta il collaboratore di giustizia - sono andato a cambiare un assegno di 10.000 euro di Rosario Battaglia e, quando Gianfranco mi ha risposto che non si trovava nel senso che non aveva contanti, Battaglia voleva dargli una lezione, solo che, quando siamo tornati, lui ci ha detto che la mattina era passato Fiorillo Rosario a cambiare un altro assegno di 10.000 euro, quindi abbiamo desistito anche perché lui ha precisato che incassava 15.000 euro al giorno, per cui potevamo tornare il giorno dopo che ci avrebbe cambiato il titolo. Gianfranco si mette a disposizione di molte persone dell’ambiente criminale vibonese, anche dei soggetti di San Gregorio d’Ippona, come “Zio Melo” detto “Ruzzu u Gattu”. Una volta Battaglia Rosario, nell’anno 2011, ha picchiato il titolare del mobilificio di Piscopio perché doveva dei soldi a Gianfranco del Cin Cin Bar".

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