I particolari dell'inchiesta che gli inquirenti hanno denominato convenzionalmente "Robin Hood". Secondo l'accusa sfruttavano le risorse destinate alle famiglie indigenti per arricchirsi

di MIMMO FAMULARO

Abuso d'ufficio, falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzione, peculato, estorsione violenza e minaccia a pubblico ufficiale aggravata dal metodo mafioso. Queste le accuse contestate a vario titolo alle nove persone destinatarie dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura distrettuale antimafia.

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Robin Hood. Un'operazione che gli inquirenti hanno chiamato in codice “Robin Hood” anche se in questo caso, secondo quanto emerso dalle carte, si toglieva ai poveri per dare ai ricchi. I provvedimenti scaturiscono, infatti, da un’articolata manovra investigativa congiunta che ha consentito ai carabinieri del Ros e agli investigatori della Guardia di Finanza di documentare l’esistenza di un comitato d’affari composto da esponenti politici, imprenditori, amministratori pubblici e affiliati alla ‘ndrangheta costituito allo scopo di gestire le risorse del progetto regionale “credito sociale” finanziato con fondi della comunità europea, finalizzati all’erogazione di micro-crediti a favore di nuclei familiari in difficoltà economiche.

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La tangente. L’indagine ha raccolto consistenti elementi probatori a carico del consigliere regionale Nazzareno Salerno, all’epoca dei fatti assessore al Lavoro e alle Politiche sociali della Regione Calabria. Secondo l'accusa Salerno, nel quadro del più ampio progetto criminoso, avrebbe esercitato una pressione continua nei confronti di dirigenti preposti al proprio assessorato, al fine di imporre le sue scelte che gli avrebbero garantito ampia discrezionalità nella gestione del progetto "Credito sociale" e dei relativi fondi comunitari. “Con la complicità di Vincenzo Caserta, all’epoca direttore generale reggente del dipartimento di riferimento dell’assessorato e di Pasqualino Ruberto, all’epoca presidente della fondazione “Calabria Etica” - spiegano gli inquirenti - affidava la gestione “economica” e “finanziaria” del fondo, cioè l’attività di erogazione dei sussidi in questione, ad un soggetto esterno, individuato nella società finanziaria Cooperfin Spa di cui era amministratore delegato l’indagato Ortenzio Marano. Gli accertamenti bancari svolti hanno consentito di tracciare il corrispettivo in denaro percepito dal Salerno per l’esternalizzazione del servizio di erogazione dei mini-crediti, in base a un accordo corruttivo in virtù del quale l’affidamento alla società Cooperfin sarebbe avvenuto in cambio di una somma di circa 230 mila euro”.

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L'intimidazione. Le indagini hanno, inoltre, documentato l’intimidazione organizzata dal Salerno nei confronti di un funzionario della Regione, Bruno Calvetta, ex direttore generale del Dipartimento Politiche sociali della Regione Calabria, che si era opposto alle sue pretese ostacolando l’iter amministrativo e andando contro il complessivo progetto criminoso. “A tal fine il Salerno – sottolineano gli inquirenti - si rivolgeva a due pregiudicati notoriamente indicati come riferibili alla cosca Mancuso, che minacciavano il riottoso funzionario nel corso di un incontro svoltosi all’interno di un vivaio documentato dai carabinieri del Ros, il quale era costretto in seguito a desistere e consentire lo svolgimento delle operazioni di gestione del progetto secondo i voleri del Salerno e del comitato affaristico-criminale, affidando la procedura per assegnare il servizio di esternalizzazione a Vincenzo Caserta, dirigente regionale longa manus del Salerno, che affidava la gestione dello strumento di ingegneria finanziaria alla fondazione Calabria Etica (in realtà priva di competenze e dei requisiti per la gestione di uno strumento finanziario di microcredito)”.

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“Calabria corrotta”. Sotto la guida di Pasqualino Ruberto (nella foto), considerato dagli investigatori del Ros e della Finanza “in affari” con Nazzareno Salerno, nel giro di appena otto giorni la fondazione “Calabria Etica” provvedeva ad assegnare il servizio alla Cooperfin, la quale si sarebbe appropriata di ben 1,9 milioni di euro di fondi pubblici di matrice comunitaria, tra cui somme che venivano versate su conti correnti di Nazzareno Salerno per un importo complessivo di 230 mila euro. “I residui fondi messi a disposizione dalla Regione - aggiungono nella ricostruizione i magistrati della Dda - venivano gestiti da Cooperfin, mediante riversamenti su propri conti correnti intestati principalmente ad una società partecipata (M&M management), per effettuare prestiti cambializzati nell’ambito della sua normale attività di finanziaria. In più, in maniera altrettanto spregiudicata e disinvolta, la quota di circa 800 mila euro ancora giacente sul conto corrente dedicato, veniva “investita” in svizzera, con la causale “progetto giubilare” in capo ad una società sulla quale sono ancora in corso accertamenti”.

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Il ruolo dei Mancuso. Gli inquirenti non esitano a definire il progetto di Salerno e soci “criminoso” e, allo stesso tempo, allarmante per via dell’intervento di chiara matrice intimidatoria di soggetti riferibili alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso. Tra questi vengono indicati Gianfranco Ferrante e Vincenzo Spasari. Un intervento ritenuto determinante e per il quale la famiglia Mancuso avrebbe ricevuto in cambio “una serie indiscriminata di assunzioni a Calabria Etica”. Tra i tanti, indicati dagli inquirenti, spicca quello a favore di un cognato di Luigi Mancuso, indiscusso capo della cosca di Limbadi.