Due le visioni contrapposte: da un lato la volontà della diocesi di “depurare” i riti collettivi da eccessi, dall’altro l’esigenza delle comunità di mantenere viva la tradizione

di ILARIA LENZA

Santi protettori, patroni di intere comunità, figure religiose dalle popolazioni celebrate con manifestazioni a metà tra il cristiano e il civile. Una dimensione nella quale si colloca e contestualizza la religiosità popolare, ossia quella forma di devozione “comune” espressa attraverso riti collettivi, feste patronali e processioni. Tradizioni con radici antiche, antichissime sulle quali oggi la chiesa invita tutti, fedeli e guide pastorali, ad una riflessione profonda sull’opportunità di un culto in certi casi caratterizzato da forme di devozione ritenute “esteriori” e “deviate”.

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piscopio-festa-patronale chiesaRiti collettivi. La questione, di recente, nel Vibonese, territorio facente capo alla diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, è finita al centro di numerose polemiche, che hanno visto “infiammare” il dibattito tra i fedeli e i parroci, a Mileto prima (LEGGI QUI) per i festeggiamenti in onore di San Fortunato e a Piscopio poi (LEGGI QUI) in occasione della ricorrenza di San Michele Arcangelo. Parole forti in particolare ha usato il vescovo nell’omelia per la festa miletese (LEGGI QUI). Ma la questione, il presule, l’aveva già posta negli anni passati nella sua Lettera pastorale, incentrata proprio sulle deviazioni e ricchezze della pietà popolare. Il tutto ruota attorno a due visioni diametralmente opposte: da un lato la volontà della diocesi di “depurare” i riti collettivi da eccessi (LEGGI QUI e QUI), dall’altro l’esigenza delle comunità e dei territori di mantenere viva la devozione popolare celebrata in forma collettiva nelle feste patronali civili e religiose.

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Risorsa o problema? Il punto “nodale” della questione risiede nel concetto di pietà popolare, su cui la diocesi ha avviato da tempo un dibattito interno, “culminato” nel 2013-2014, periodo di pubblicazione della Lettera. Nel documento, rivolto ai fedeli quanto agli addetti ai lavori, il presule compie un ragionamento sulla possibilità di considerare la pietà popolare da problema a risorsa, rifacendosi alle parole di Paolo VI. “La religiosità popolare - si legge, nella citazione - ha certamente i suoi limiti. È frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione, anzi di superstizioni. […] Ma se è ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori”.

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“Religione del cuore”. Per monsignor Renzo, “la pietà popolare - si legge nella lettera - è religione del cuore, non dell’esteriorità. Il grande pericolo che possiamo correre è di restare emozionati, incantati e sviati dalle grandi folle di pellegrini nelle feste religiose, senza considerare che spesso il cuore di quella gente è lontana da Dio, dal prossimo, dalla giustizia, dai poveri”.

vescovo renzoEducare ed evangelizzare. “Tesoro di spiritualità” per i cristiani, racchiude in sé anche degli aspetti positivi, quale - per esempio - la semplicità autentica della fede. “Per iniziare un cammino serio e valido di conversione e di riconversione, si deve ricuperare tra le parti in causa - pietà popolare e pietà liturgico-ufficiale - quel rapporto di fiducia e arricchimento reciproci”. È, quindi, da considerare una risorsa, qualora ce ne fosse bisogno, da riformare, con un vero e proprio “investimento educativo”. I parroci, di conseguenza, sono chiamati a compiere, o meglio, a far compiere alle comunità un cammino di evangelizzazione, che possa aiutarle a recuperare l’autenticità del sentimento e della devozione popolare. Senza per questo dover arrivare a privare le comunità delle loro tradizioni “identitarie”.

Un valore da custodire. “Se la pietà popolare è una risorsa ombrata di qualche problema - afferma il vescovo -, proprio per questo per il pastore avveduto può costituire una provocazione pastorale e lo stimolo giusto e santo per ridare vigore ad una fede che sta rischiando di diventare inutile, se non dannosa”. Non è un qualcosa, dunque, da cancellare, ma al contrario da custodire, eventualmente facendo uscire la pietà popolare delle comunità “dal vicolo chiuso di una ‘religione fai da te’ e da forme di un mondo religioso vischioso, sentimentale e selvaggio”. Uno sforzo al quale sono chiamati tutti, fedeli e sacerdoti.