Rinascita, il ruolo di Emanuele Mancuso: “Con il cellulare trovavo le telecamere”

Dal padre visto per 19 anni “solo nei colloqui in carcere”, al ruolo del pentito nelle bonifiche anche prima di un summit con Luigi Mancuso: “Avevo in dotazione una valigetta costata 6mila euro”

Se sei Emanuele Mancuso, nipote del “capo indiscusso” Luigi Mancuso e figlio del boss Pantaleone Mancuso detto “l’Ingegnere”, fai parte della ‘ndrangheta per discendenza. È stato lui stesso a confermare, nel corso del maxi processo Rinascita Scott, che se si fa parte di un’importante famiglia di ‘ndrangheta allora non è necessario nessun rito di affiliazione. “Ha mai sentito parlare di doti di ‘ndrangheta?” ha chiesto il pm Annamaria Frustaci. “Qualche volta, ma non sono mai stato battezzato. Con mio zio Luigi – spiega Emanuele Mancuso – non abbiamo mai parlato di queste cose, neanche con i miei parenti, al massimo si parlava in generale della Madonna di Polsi”.

“Dei ragazzi fino a 30 anni mi occupavo io”.
Non è mai stato, quindi, formalmente affiliato, ma “posso affermare di farne parte lo stesso per vincolo di discendenza”. In che senso? “Dopo aver frequentato Luigi e una marea di persone intranee alla cosca mi sono reso conto di essere funzionale alla cosca stessa”. Aveva infatti diversi compiti: dalla coltivazione di marijuana alla vendita di stupefacenti, insieme a rapine, furti, danneggiamenti, ricettazione. Oltre a occuparsi anche di “molte vicende che riguardavano mio zio Luigi, la famiglia insomma”. Un esempio? “Quando c’erano questioni che riguardavano ragazzi fino ai 30 anni ero investito io, anche perché li conoscevo tutti”.

La bonifica prima del summit tra Luigi Mancuso e Marcello Pesce.
Un altro compito importante di cui era destinatario erano le bonifiche su auto, vetture varie, casolari et similia. Bonifica “che ero in grado di fare anche con il cellulare”, spiegando in aula l’intelligente metodo che utilizzava – dotandosi appunto solo di un telefono – per scoprire se c’erano videocamere nascoste. Veniva chiamato lui, spiega, perché in questo era molto bravo: “Sono un elettrotecnico diplomato all’Itis, inoltre avevo in dotazione una valigetta che era costata 6mila euro”. Raccontando di quella volta che riuscì a disattivare delle videocamere puntate contro i terreni di Assunto Megna, a Nicotera, nella campagna dove doveva avvenire un summit tra Luigi Mancuso e Marcello Pesce, all’epoca latitante. “Dopo il ritrovamento delle telecamere si sono tutti impauriti. E dopo la bonifica Assunto e Pasquale Megna ci hanno detto ‘ci avete salvato, stava venendo Marcello Pesce’”. Per precauzione, comunque, il summit venne fatto successivamente e in un altro luogo.

Il padre sempre in carcere e l’avvocato del foro di Torino.
La sua non è stata però un’infanzia facile. Basti pensare che lui, nato nell’88, ha avuto rapporti con il padre “solo dal 2007 in poi, mentre prima praticamente lo vedevo solo nei colloqui in carcere”. Nel 2018, quando aveva deciso di pentirsi, “mio padre era detenuto ma, grazie alla complicità di soggetti all’interno del carcere di Vasto e avvocati compiacenti, usufruiva di permessi premio. E proprio nel corso di un permesso si è reso irreperibile. Voleva anche lui che abbandonassi il programma di protezione”. Che cambiasse idea, insomma. Ma ha fatto qualcosa di concreto? “Era lui la regia di tutto”, di tutti i tentativi di far smettere la sua collaborazione. “Per quanto mi è stato riferito da soggetti intimi a Morgese – racconta il pentito – lui insieme a mio padre avevano concordato di fare la nomina dell’avvocato del foro di Torino Loredana Gemelli, a cui la mia famiglia doveva devolvere un’ingente somma di denaro affinchè io ritrattassi e abbandonassi il programma di protezione“. “Tant’è – conclude Emanuele Mancuso – che questo avvocato continuava a chiamare al carcere, senza però che io l’avessi nominato”.

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