Rinascita, il bagno di sangue in una discoteca del Vibonese: “Sono delle bestie”

Il pentito Emanuele Mancuso racconta le scene “da Far west” e l’immancabile “non sapete chi sono io”. E tira in ballo un ex sindaco…

L’arroganza e la violenza degli ‘ndranghetisti porta a far scorrere fiumi di sangue. Emanuele Mancuso, primo pentito della potente cosca di Limbadi (qui la travagliata storia del suo pentimento), ne ha visti diversi. E così nel corso del suo interrogatorio nel maxi processo Rinascita Scott, portato avanti dal pm Annamaria Frustaci, sono diversi gli episodi in cui il sangue diventa protagonista. A partire dal tentato omicidio – nel luglio del 2003 – dello zio Francesco Mancuso, alias “Tabacco”, in cui perse la vita Raffaele Fiamingo, “un suo fedelissimo”. “Appena arrivato a casa – ha raccontato il collaboratore di giustizia in collegamento da un sito riservato – perdeva davvero molto sangue. Si rifiutava però andare in ospedale, perchè non voleva che una persona di tale spessore criminale subisse una simile vergogna. Preferiva trovare un medico compiacente ad operarlo. Il figlio, Domenico Mancuso detto ‘Tequila’, dopo tante preghiere l’ha convinto ad andare in ospedale”. Alla fine riuscì a salvarsi. Chi fu a sparare? “Al 100% Totò Pronestì, detto ‘yo-yo’, e Michele Cosmo Mancuso”. “Pronestì – sottolinea Emanuele Mancuso – non avrebbe mai sparato senza il consenso di uno della mia famiglia”.

“C’era sangue dappertutto”.
Il pentito ha poi raccontato quella che definisce “una scena drammatica, c’era sangue dappertutto”. Era il 2014 ed era entrato nel locale Puntacana, “una discoteca vicino all’ospedale di Tropea”. “Il proprietario – racconta il collaboratore – mi ha dato il privè e mi sono seduto con alcuni soggetti di Rosarno, quando a un certo punto è entrato Angelo Barbieri con altre tre persone. Li hanno fatti entrare per quanto casino avevano fatto: non volevano pagare l’entrata, ma quella gliel’hanno abbonata; poi sono andati al bancone e hanno consumato, ma non volevano pagare neanche quello. Qualcuno allora ha sbuffato e, dopo la richiesta di pagamento delle bevande, Angelo Barbieri ha preso una bottiglia e ha cominciato a colpire decine di soggetti che sono poi andati all’ospedale di Tropea”.

“Non sapete chi sono io”.
“Barbieri e gli Accorinti – evidenzia a questo punto il pentito – sono delle bestie, gente di campagna ma delle bestie”. Dopo quella scena “veramente da far west, c’era sangue dappertutto”, la massa ha iniziato a scappare fuori. Le altre persone che avevano effettuato il pestaggio insieme a Barbieri “vengono consumati di botte dalla folla”, mentre lo stesso Angelo Barbieri “lo difendo io – racconta Emanuele Mancuso – facendogli da scudo dicendo che non si tocca perché era nipote di Peppone Accorinti. Angelo mi spinge via e inizia a urlare contro la folla inferocita ‘voi non sapete chi sono io’. Allora io ho detto ‘fate quello che volete, me ne lavo le mani’ e l’hanno aggredito”.

Il massacro delle pecore.
Bastava poco anche per scatenare la furia criminale contro gli animali. Un episodio in particolare ha visto massacrato un intero gregge di pecore, che non sono animali qualunque in determinati territori del Vibonese: “Come nel Reggino ci sono le vacche sacre – spiega il pentito – a Limbadi ci sono le pecore sacre”. “Giovanni Rizzo, detto ‘mezzo dente’ – racconta in collegamento con l’aula bunker di Lamezia Terme – mandava le pecore ovunque e nessuno poteva dire nulla. Mandava il gregge anche nei terreni dell’ex suocero di mio fratello Nino Vardè (anche se non era proprio suocero perché non era sposato), che ha delle campagne tra Nicotera e Limbadi. Mio fratello si è quindi rivolto ai Rizzo per dirgli che da lì non potevano passare. Poi loro hanno nuovamente portato gli animali in quei terreni, perché Rizzo è fatto così, e litiga con il suocero di mio fratello. Mio fratello per tutta risposta va nel capannone e gli uccide tutte le pecore a colpi d’arma da fuoco”.

L’ex sindaco e la “parata” obbligatoria.
Da quell’episodio deriveranno poi una serie di ritorsioni. Dai colpi sparati contro l’abitazione dello stesso Emanuele Mancuso, al tentato omicidio di Giovanni Rizzo e Romana Mancuso. In quel periodo “il sindaco di Nicotera era Salvatore Reggio (non imputato nel procedimento, ndr)”. Per come ha raccontato il pentito, “fece qualche dichiarazione alla Gazzetta o al Quotidiano del Sud, e mio padre lo rimproverò perché non doveva dire che era una questione di ‘ndrangheta, perchè aveva alzato un polverone e mio padre voleva che la cosa rimanesse sottaciuta”. Che cosa aveva detto di così grave? “Fece dichiarazioni pesanti riguardo la legalità, e lui si giustificò con mio padre dicendo ‘io che devo fare, faccio il sindaco, devo per forza fare la parata’”.

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