Imponimento, gli Anello in silenzio davanti al Gip. Gli Stillitani respingono le accuse

Sono attese in queste ore le prime decisioni dei gip sulla convalida dei fermi disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta “Imponimento” che ha svelato l’infiltrazione nel tessuto economico e produttivo locale del clan Anello di Filadelfia. Tra Catanzaro, Lamezia e Vibo si stanno svolgendo le udienze di convalida.

Scena muta degli Anello. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere il boss Rocco Anello e il fratello Tommaso, figure apicali del locale di ‘ndrangheta di Filadelfia, tra i 74 destinatari del decreto di fermo eseguito dalla Guardia di Finanza. Difesi dagli avvocati Anselmo Torchia e Domenico Anania, i due fratelli hanno deciso di non rispondere alle domande del gip di Lamezia Terme (competente per territorio). Sono accusati di associazione mafiosa e – secondo la Dda – avrebbero “commissionato o consumato direttamente estorsioni, veicolando messaggi attraverso i sodali e occupandosi dei settori imprenditoriali di “elezione” del sodalizio (settore boschivo, dei pubblici appalti, del taglio boschivo, turistico alberghiero, della costruzioni di impianti eolici)”. Operazioni tese al riciclaggio dei proventi del sodalizio con l’utilizzo di “prestanome” per l’intestazione fraudolenta dei beni e i “colletti bianchi” (imprenditori, politici, professionisti, appartenenti alla massoneria) per risolvere le varie problematiche. Hanno invece risposto al gip respingendo le accuse Angela Bartuca e Francescantonio Anello, difesi dall’avvocato Sergio Rotundo.

Gli Stillitani rispondono. Si sono dichiarati estranei alle accuse i fratelli Francescantonio ed Emanuele Stillitani, anche loro nell’elenco dei 74 fermati e interrogati dal gip per quasi sei ore. Difesi dagli avvocati Enzo Ioppoli e Francesco Iozzi, i due imprenditori sono accusati anche di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti avrebbero agevolato la cosca Anello-Fruci consentendo le ingerenze delle ‘ndrine nelle loro strutture alberghiere, oggetto, tra l’altro, di un decreto di sequestro.

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