Per gli inquirenti sarebbe il "capo società", ma dopo l'interrogatorio di garanzia il giudice di Roma non emette alcuna misura cautelare. Resta indagato a piede libero 

di MIMMO FAMULARO

Pasquale Bonavota lascia il carcere romano di Regina Coeli dove era recluso da mercoledì scorso, ovvero da quando è scattata l'operazione "Conquista" condotta dai carabinieri e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il gip di Roma che, ieri lo ha sottoposto ad interrogatorio di garanzia, ha deciso di non convalidare l'ordinanza di fermo emessa nei suo confronti dal sostituto procuratore antimafia Camillo Falvo e di non emettere alcuna misura cautelare. Ordinata, dunque, l'immediata scarcerazione del presunto boss dell'omonima cosca di Sant'Onofrio che torna dunque in libertà. Per gli inquirenti Pasquale Bonavota, oltre ad essere il "capo società", sarebbe anche il mandante dei due omicidi contestati agli indagati: quello di Raffaele Cracolici, detto Lele Palermo, ucciso il 4 maggio del 2004 a Pizzo, e quello di Domenico Di Leo, trucidato il 12 luglio dello stesso anno a Sant'Onofrio.

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L’interrogatorio. Pasquale Bonavota  (difeso dagli avvocati Francesco Muzzopappa e Tiziana Barillaro) ha reso dichiarazioni spontanee davanti al gip di Roma che lo ha interrogato nel carcere di Regina Coeli. Il 42enne si Sant'Onofrio ha respinto tutte le accuse rivolte dalla Dda dichiarando di aver conosciuto  Andrea Mantella, il suo principale accusatore, in una sola circostanza: in carcere negli anni ’90.

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Gli altri restano in carcere. Il gip del Tribunale di Vibo Valentia, Gabriella Lupoli, ha convalidato il fermo di Domenico Bonavota, Onofrio Barbieri e Giuseppe Lopreiato, ovvero tre delle sei persone destinatarie del provvedimento emesso dalla Direzione distrettuale antimafia nell'ambito dell'inchiesta denominata "Conquista". Dopo gli interrogatori di garanzia ai quali gli indagati sono stati sottoposti nel carcere di Vibo Valentia, il giudice ha emesso in mattinata il verdetto per poi spogliarsi delle competenze e trasmettere gli atti al gip distrettuale di Catanzaro che entro venti giorni dovrà reiterare o meno le misure.

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Il verdetto di Vibo. Fermo convalidato, quindi, per Domenico Bonavota, 37 anni, considerato il capo dell'ala militare dell'omonimo clan, per Onofrio Barbieri, 36 anni, e per Giuseppe Lopreiato, 22 anni, tutti di Sant'Onofrio. Nei loro confronti il gip ha anche emesso la misura della custodia cautelare in carcere. Non convalidato, invece, il fermo di Domenico Febbraro, 23 anni, anche lui di Sant'Onofrio. Nei suoi confronti, però, il giudice Gabriella Lupoli ha applicato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per cui il giovane non potrà tornare in libertà.

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Gli indagati. Sono sei le persone fermate nell’ambito dell’inchiesta che ricostruisce uno spaccato di storia criminale che affonda le sue radici ai primi anni del nuovo millennio. Gli inquirenti ritengono di aver individuato i mandanti e gli esecutori materiali degli omicidi di Raffaele Cracolici, detto Lele Palermo, ucciso il 4 maggio del 2004; nonché i mandanti e i killer di Domenico Di Leo, alias Micu i Catalanu, trucidato il 12 luglio del 2004. Negli atti dell’inchiesta si fa luce anche sui danneggiamenti e le intimidazioni perpetrate nei confronti dell’imprenditore vibonese, Pippo Callipo. Gli indagati devono quindi rispondere, in concorso e a vario titolo, di omicidio, detenzione di armi comuni da guerra, danneggiamenti ed estorsione continuata ed aggravata dal metodo mafioso. I fermi riguardano Pasquale Bonavota, 42 anni, ritenuto il capo società; Domenico Bonavota, 37 anni, considerato il capo dell’ala militare dell’omonimo clan; Onofrio Barbieri 36 anni, Giuseppe Lopreiato, 22 anni, Domenico Febbraio. Gli ultimi tre – secondo i carabinieri – sarebbero legati con ruoli diversi al gruppo dei Bonavota. Una sesta persona, Nicola Bonavota, 40 anni, fratello di Pasquale e Domenico, è ancora irreperibile e attivamente ricercato dai carabinieri.

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