Processo "Purgatorio": concluso l'esame in aula dell'ex capo della Mobile di Vibo
L'ex dirigente Maurizio Lento ha spiegato ai giudici del Tribunale anni di indagini ed intercettazioni, sino alle minacce ricevute da Andrea Mantella
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di GIUSEPPE BAGLIVO
Si è concluso oggi dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Alberto Filardo (a latere i giudici Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco), l'esame dell'ex capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento, accusato unitamente al suo vice Emanuele Rodonò di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo nato dall’operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata “Purgatorio” che vede fra gli imputati pure l’avvocato Antonio Galati. Anche oggi, come già nelle precedenti udienze, il dottor Maurizio Lento, rispondendo prima alle domande del suo avvocato Maurizio Nucci e poi a quelle del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ha respinto con forza tutte le accuse, raccontando diversi episodi inediti sul suo periodo di permanenza alla guida della Squadra Mobile di Vibo Valentia, terminato nel novembre del 2011.

Gli "avvertimenti" di Mantella a Lento. In particolare, rispondendo alle domande del pm Camillo Falvo, il dottore Lento ha spiegato che erano in molti i delinquenti del Vibonese che si recavano in Questura a lamentarsi con la polizia e con la squadra Mobile dopo arresti o perquisizioni di qualunque tipo. "Gente come Mario De Rito, i Barba ed altri ancora - ha spiegato l'ex capo della Mobile - si lamentavano in continuazione per la nostra attività di polizia. In un'occasione - ha ricordato Maurizio Lento - nel mio ufficio di sera arrivò anche Andrea Mantella. Era l'11 marzo del 2010 e Mantella chiese di potermi parlare. Unitamente al procuratore di Vibo, Mario Spagnuolo, gli avevamo sequestrato qualche giorno prima diversi beni fra cui un'azienda agricola e conti correnti bancari per oltre 4 milioni di euro. Il giorno dopo il sequestro trovammo una scritta con dello spray su un muro di Vibo che diceva: "Spagnuolo vattene". Per quella vicenda, successivamente, Andrea Mantella nel 2013 è stato processato e condannato a Salerno quale mandante delle minacce al procuratore Spagnuolo". E' a questo punto che Maurizio Lento svela un particolare del tutto inedito: "Mantella, una volta entrato nel mio ufficio, mi disse che le mie indagini gli erano costate il sequestro dei beni. Andando via aggiunse: "Dottore Lento, quando torni a casa guardati sempre le spalle". Lento congedò Mantella rispondendo: "Ok, lo farò". Maurizio Lento ha poi ricordato quanto emerso già nelle precedenti udienze circa l'organizzazione di un attentato da parte di Andrea Mantella nei confronti di Rodolfo Ruperti. Anche per questo motivo, al suo arrivo alla Squadra Mobile di Vibo (di Lento), la figura di Andrea Mantella era particolarmente attenzionata.

Le indagini di Lento confluite in "Costa pulita". Maurizio Lento ha quindi spiegato che la prima parte delle indagini sul clan Il Grande di Parghelia è stata fatta dalla Squadra Mobile di Vibo dallo stesso diretta, con il coordinamento dell'allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna. E' infatti il 14 settembre 2010 quando la Squadra Mobile di Vibo comunica la prima notizia di reato sul clan Il Grande ed in particolare su Carmine ed Egidio Il Grande. "Segnaliamo alla Dda di Catanzaro tutti i collegamenti - ha spiegato Lento - che emergevano fra il clan di Parghelia ed i Mancuso, in particolare con Cosmo Michele Mancuso e Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. Tutta tale attività di indagine è poi confluita nell'operazione "Costa pulita" scattata di recente. Dalle nostre indagini è inoltre emerso che Carmine Il Grande manteneva contatti pure con i Piscopisani, ed in particolare con Rosario Fiorillo".

Le cene con i magistrati, il suicidio della Buccafusca e le indagini a Vibo Marina. L'ex dirigente della Squadra Mobile ha quindi spiegato che nel suo periodo a Vibo Valentia, la frequentazione con alcuni magistrati del Tribunale vibonese è iniziata nell'ottobre del 2010. "Le persone con le quali ci si vedeva ogni tanto a cena erano il presidente Giancarlo Bianchi, il giudice Cristina De Luca, il giudice Manuela Gallo, l'avvocato Galati, il mio vice Emanuele Rodonò ed il pm della Procura di Catanzaro, Paolo Petrolo, nipote del presidente Bianchi. In tali occasioni non abbiamo mai parlato di indagini in corso o di vicende processuali e mai è capitato che si parlasse di clienti dell'avvocato Galati". Quindi il racconto (già trattato nelle precedenti udienze) della notifica a Nicotera di atti irripetibili (autopsia) ai familiari di Santa Buccafusca, la moglie del boss Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni", morta ingerendo acido muriatico, dove Maurizio Lento ha spiegato di essersi recato personalmente insieme al suo vice, Emanuele Rodonò, ed al commissario Carmelo Pronestì, al fine di "vedere di persona ed in viso i parenti di Santa Buccafusca per capire se riuscivamo, da poliziotti, a cogliere qualcosa nelle loro espressioni che potesse risultare interessante per comprendere meglio la vicenda della morte della donna". Poi le indagini su sue distinti attentati ad un chiosco di Vibo Marina dei Monteleone con due separati procedimenti coordinati il primo dall'allora pm della Procura di Vibo, Fabrizio Garofalo, il secondo dall'allora pm Santi Cutroneo.

"Sono stato io in persona a consegnare il cd con le intercettazioni all'allora capitano dei carabinieri, alla guida del Nucleo Investigativo di Vibo, Giovanni Migliavacca, in cui in tale procedimento si faceva riferimento ai Tripodi. Sapevo che i carabinieri stavano indagando sui Tripodi perchè in precedenza con il pm della Dda, Pierpaolo Bruni, mi sono recato a Roma per ascoltare alcuni pentiti del crotonese che avevano da riferire pure sui clan vibonesi e sui Tripodi. Incontrai Migliavacca all'uscita degli studi televisivi di Rete Kalabria dove ero andato ad ascoltare il proprietario, Vincenzo Restuccia, che nella sua attività di imprenditore edile stava subendo in quel periodo diversi danneggiamenti. All'uscita incontrai Migliavacca e gli segnalai il Cd utile per le sue indagini". E' un passaggio importante, questo, perchè l'accusa - ed in particolare le indagini sul punto del capitano Migliavacca, teste del pm nel processo - sostiene che la Squadra Mobile di Vibo diretta da Maurizio Lento non avrebbe trascritto alcune conversazioni sui Mancuso contenute in tale Cd. Altri due poliziotti della Squadra Mobile di Vibo, diretta all'epoca da Maurizio Lento, sono stati negli scorsi anni per tale motivo indagati ma poi entrambi prosciolti. Semplice il ragionamento di Maurizio Lento: "Se avessi voluto coprire i Mancuso, come sostiene l'accusa, non avrei mai dato io, di mia spontanea volontà e senza che nessuno me lo chiedesse, il Cd con le conversazioni pure sul clan Tripodi al capitano Migliavacca".

L'hotel "Santa Lucia" di Parghelia, le forze dell'ordine ed il recente decreto di scioglimento del Comune di Tropea. E' rispondendo ad una precisa domanda del pm, Camillo Falvo, che il dottore Lento apre inconsapevolmente un "tema" particolare destinato a far discutere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. "Non sono mai andato al villaggio "Costa degli dei" - ha spiegato l'ex dirigente della Mobile di Vibo - ma unicamente su indicazione degli ispettori Antonio Condoleo e Pasquale Di Costa all'hotel Santa Lucia di Parghelia". Si tratta di un hotel, il Santa Lucia di Parghelia, che da sempre gode della fiducia delle forze dell'ordine nel Vibonese, che l'hanno infatti scelto negli anni, e continuano a sceglierlo tuttora, anche molto di recente, per i loro soggiorni, le loro vacanze e l'organizzazione di eventi. Gode della fiducia delle forze dell'ordine (polizia e carabinieri ai più alti livelli) poichè il proprietario è, fra l'altro, stretto parente del collaboratore di giustizia Domenico Cricelli di Tropea. Nel recente decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Tropea, tuttavia, nella relazione del ministro dell'Interno Angelino Alfano, a proposito dell'hotel "Santa Lucia", è dato leggere che nello stesso hotel nell'aprile del 2014 è stato organizzato un incontro "al quale erano presenti - scrive Alfano sulla scorta delle risultanze della Commissione di accesso agli atti a Tropea -, oltre a colui che sarebbe stato eletto primo cittadino all'esito della competizione elettorale", cioè Giuseppe Rodolico", anche "il titolare della struttura ricettiva, legato per rapporti parentali ad un soggetto riconducibile alla locale cosca e ad altri soggetti parimenti riconducibili ad ambienti criminali". Come dire: il medesimo hotel va bene se usato dalle forze dell'ordine, molto meno bene se nello stesso si sono tenute riunioni pre-elettorali. Ma questa è un'altra storia destinata a far parlare, e molto, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, atteso che il Tar del Lazio dovrà occuparsi pure di questo nell'esaminare il ricorso contro lo scioglimento degli organi elettivi del Comune di Tropea.
Prossima udienza del processo "Purgatorio" l'11 novembre prossimo.
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