‘Ndrangheta: operazione “Alchemia”, quegli insospettabili al soldo dei boss

Antonio Fameli, da San Ferdinando alla Liguria con legami trentennali con le istituzioni e la massoneria. Gli Albanese-Raso-Gullace e la faida a Cittanova coi Facchineri 

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Continua a svelare diversi retroscena sui rapporti criminali intrecciati lungo l’asse Calabria-Liguria l’inchiesta “Alchemia” scattata il 19 luglio scorso ad opera della Dda di Reggio Calabria. E fra le carte della poderosa inchiesta c’è di tutto: rapporti della ‘ndrangheta con la politica, rapporti fra mafiosi e pezzi infedeli delle forze dell’ordine, infiltrazioni criminali negli appalti pubblici, scambi di favori fra i clan e rapporti con la massoneria. L’ascesa criminale parte tuttavia da lontano e viene ricostruita dettagliatamente dagli inquirenti per inquadrare compiutamente i personaggi ora tratti in arresto e lo sviluppo delle dinamiche mafiose che hanno portato alla costruzione di un vero e proprio impero ‘ndranghetistico realizzato sul sangue e su rapporti spesso inconfessabili.

Fameli

Antonio Fameli. Fra le figure ritenute di spicco nell’ambito dell’organizzazione criminale, ed arrestate nell’operazione “Alchemia”, vi è quella di Antonio Fameli (in foto a sinistra), 78 anni, di San Ferdinando, trasferitosi in Liguria (negli ultimi tempi a Loano, in provincia di Savona) sin dal 1961 pur non abbandonando mai – ad avviso dei magistrati – i contatti e gli stretti legami con la Calabria. In particolare, con la sua San Ferdinando, con Rosarno e con Gioia Tauro. E’ accusato ora di associazione mafiosa quale partecipe del clan Gullace-Raso-Albanese, ma la sua storia inizia ben prima del suo rapporto (illecito per i magistrati) con Carmelo Gullace di Cittanova, pure quest’ultimo trasferitosi in Liguria ed indicato quale capo indiscusso nel Nord-Ovest d’Italia  dell’omonimo clan. Nel 2006 è la relazione della Commissione Parlamentare Antimafia sulla presenza della ‘ndrangheta nel Savonese a citare Antonio Fameli: “Le famiglie facenti parti di cosche o gruppi mafiosi o comunque ritenute a questi collegate sono 14.

Giuseppe Piromalli
Peppino Piromalli (cl. ’21)

Tra di esse ricoprono maggiore importanza nel panorama criminale del ponente ligure – scrive la Commissione – quella di Fameli Antonio, legato al boss Peppino Piromalli, con il compito di riciclare il denaro in attività immobiliari”. Anche la Direzione nazionale antimafia cita Fameli nella sua relazione, sottolineando che lo stesso ha aperto un’agenzia immobiliare che continua a farla da “padrone” fra Loano e Borghetto, nel Savonese, con affari pure in Spagna. Per la Dda di Reggio Calabria, Antonio Fameli è ora il titolare occulto della società “Pafimo” con sede in Brasile ed anche il titolare occulto della sala giochi, ad essa collegata, denominata prima “Casinò Royale”, poi “Cà Royale” e da ultimo “Las Vegas”, sita a Loano, in provincia di Savona.

Casinò Royale

Per gli inquirenti, Antonio Fameli avrebbe consentito alla cosca Gullace di Cittanova, di “casa” in Liguria, di investire nella sala giochi denaro di provenienza illecita, aiutando poi i Gullace ad investire in acquisizioni immobiliari riciclando così denaro di provenienza delittuosa.

Antonio Fameli 2

E’ il 1961 quando Antonio Fameli da San Ferdinando si trasferisce prima a Torino e poi in Liguria. In provincia di Savona, Fameli arriva nulla tenente e inizia svolgendo lavori di lava scale in alcuni condomini. In pochi anni costituisce diverse imprese di pulizia e poco dopo si cimenta nell’attività immobiliare acquistando in breve tempo molte proprietà.

Sono gli anni Settanta e Antonio Fameli riesce a realizzare un vero e proprio impero del mattone movimentando notevoli somme di denaro, come ricostruito nel tempo dalle autorità investigative.

Fameli-comunione

Mike Bongiorno e Iva Zanicchi ospiti d’onore di Fameli. Nel 1977 Antonio Fameli sale alla ribalta del gossip perché, in occasione della prima comunione della figlia Rita (giunta a bordo di un’auto coperta di fiori), organizza una festa sontuosa all’hotel Garden di Loano, nel Savonese, con 400 invitati alla quale partecipano, tra gli altri, personaggi dello spettacolo come Mike Bongiorno, Iva Zanicchi e Alighiero Noschese. Fra gli invitati (pranzo con 25 portate) ci sono carabinieri, direttori di banca, poliziotti, sindaci, magistrati, un vice prefetto, un tenente colonnello in pensione e qualcuno accorso anche da San Ferdinando.

Fameli comunione 2

Nel 1974 Fameli aveva denunciato un reddito imponibile di appena 2 milioni e 750 mila euro. Tre anni dopo, la festa per la comunione della figlia gli costerà quasi 30 milioni di lire. Nel 1980 – messa da parte la comunione – le cronache tornano ad occuparsi di Fameli: la vetrata della sua agenzia viene infatti raggiunta da colpi d’arma da fuoco e per poco il guardiano che si trovava all’interno non ci rimane secco.

Il 21 dicembre 1983 Fameli viene invece arrestato dai carabinieri per associazione mafiosa su ordine di cattura della Procura di Palmi. A maggio del 1984 gli vengono concessi gli arresti domiciliari.

massoniera e ndrangheta

E’ in quel momento che inizia ad emergere la rete di contatti “eccellenti” intessuti da Fameli: amministratori pubblici, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, massoni. Secondo le fonti investigative dell’epoca, Fameli avrebbe fatto parte della massoneria, della loggia “Acacia” di Albenga nello specifico, mantenendo legami pure con logge massoniche di altre province. Nel giugno del 1986 la Corte d’Assise di Palmi lo condanna all’ergastolo per associazione mafiosa e poiché ritenuto il mandante dell’omicidio di Sabatino La Malfa, sentenza poi confermata nel 1987 dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria dopo un confronto in aula con Pino Scriva di Rosarno (primo pentito della ‘ndrangheta degli anni ’80). La condanna all’ergastolo per Antonio Fameli viene però definitivamente cancellata dalla Cassazione all’epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale. Secondo le sentenze di condanna di primo e secondo grado, Antonio Fameli – ritenuto legato al boss dei boss Peppino Piromalli di Gioia Tauro, morto nel 2005 – avrebbe fatto uccidere Sabatino La Malfa poiché quest’ultimo, ritenuto al vertice dell’omonimo clan di San Ferdinando legato ai Pesce di Rosarno, avrebbe chiesto la tangente a Fameli impegnato in un’operazione immobiliare (la realizzazione di un villaggio turistico) a San Ferdinando. Una pretesa azzardata, atteso che Antonio Fameli sarebbe stato un personaggio da non toccare in quanto ritenuto all’epoca legato e protetto dal boss Peppino Piromalli di Gioia Tauro, il capo assoluto dell’intera ‘ndrangheta calabrese. 

Antonio Fameli -

Nel 1992 il Tribunale di Savona sottopone Fameli (in foto a sinistra) alla misura della sorveglianza speciale per quattro anni. Due anni dopo, però, Antonio Fameli si rende irreperibile. La latitanza dura comunque poco. Nel 2004 la sorveglianza speciale gli viene ridotta all’obbligo di comunicare gli spostamenti alla polizia giudiziaria. Nel frattempo Fameli torna in possesso dei suoi beni e ricomincia ad estendere i propri interessi nell’edilizia e nella compravendita di appartamenti. Finisce di nuovo in arresto nel 2012 nell’inchiesta “Carioca” della Procura di Savona con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro, al falso ed al trasferimento fraudolento di valori. Nel frattempo scrive un’autobiografia in più volumi, ritenendosi un perseguitato dalla giustizia. La settimana scorsa, quindi, l’epilogo con il nuovo arresto nell’operazione “Alchemia” per associazione mafiosa. Fameli avrebbe favorito in Liguria l’ascesa economica dei Gullace di Cittanova.

Carmelo Gullace

Il potere dei Gullace, da Cittanova alla Liguria. L’operazione “Alchemia” nel tracciare il ruolo di Carmelo Gullace (in foto a sinistra), l’altro principale arrestato dell’inchiesta, non dimentica di delineare la storia del clan Gullace-Albanese-Raso, “famiglie” tutte imparentate fra loro (cugini) e protagoniste della sanguinosa  faida – poi divenuta vera e propria guerra di mafia per il controllo delle attività illecite, dalla pastorizia all’edilizia – con il clan rivale dei Facchineri. Un vero e proprio eccidio che ha provocato sinora 35 morti ammazzati, bambini compresi.

fucile che spara

Tutto ha inizio il 23 marzo 1964 con l’omicidio in località Zomaro di Domenico Geraci, legato ai Facchineri. La morte di Geraci scatena la violenta reazione dei Facchineri che portano a termine l’omicidio di Antonio Albanese, ritenuto il responsabile della sopprssione di Geraci. Dopo l’omicidio di Albanese, per paura di rappresaglie avversarie, molti esponenti della “famiglia” Facchineri si trasferiscono in Umbria, Toscana, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Nello stesso periodo, gli esponenti dei Raso-Gullace-Albanese si trasferiscono invece a Pomezia (Lt) ed in provincia di Savona. Nel 1970 viene quindi ucciso Celestino Gullace, il padre degli odierni indagati dell’operazione “Alchemia” Carmelo, Francesco ed Elio. Arrestato nel 1989 il boss Girolamo (“Mommo”) Raso dell’omonimo clan ( era evaso due anni prima dal carcere di Rebibbia dove era detenuto per scontare

Francesco Gullace

l’ergastolo per gli omicidi di tre esponenti dei Facchineri) ed arrestato anche l’allora latitante Francesco Gullace (in foto a sinistra), i Facchineri “studiano” come ritornare a Cittanova per riprendere la leadership mafiosa. Nel frattempo, i Raso-Gullace-Albanese iniziano a far fruttare il denaro ricavato dai sequestri di persona di cui negli anni ’80 sono fra i protagonisti.

Per sfuggire alla faida, invece, diversi esponenti dei Facchineri si rifugiano nella vicina San Giorgio Morgeto dove stringono alleanze con le “famiglie” Valente-Mercuri-Ferraro e poi con i Sorbara. Il 7 luglio 1987 vengono uccisi Francesco Raso, Raffaele Albanese, Rocco Catalano, Girolamo Bruzzì e Giovanni Avignone, ritenuti appartenenti ai clan Raso-Albanese-Gullace. Si riapre così la faida e tra il 1987 e il 1991 il bilancio è di 27 morti e 9 tentati omicidi. E’ in questa seconda fase – una volta arrestato il boss Mommo Raso – che i Facchineri riescono a riconquistare parte del territorio di Cittanova. Dal 2000 in poi fra i due clan di Cittanova scoppia la pace. Scomparsi per morte naturale i patriarchi dell’omonimo clan, Francesco e Rocco Albanese, e morto pure il boss Mommo Raso, i Gullace trasferiscono buona parte dei loro affari in Liguria. Affari e legami insospettabili che, dopo l’operazione “Alchemia”, non sono più un segreto per i magistrati della Dda di Reggio Calabria Roberto Di Palma e Giulia Pantano.

g.b.

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