"Purgatorio": processo a "porte aperte" a Vibo, revocata precedente ordinanza
Concluso esame dell'avvocato Antonio Galati da parte del pm della Dda Camillo Falvo. L'imputato ha spiegato i dialoghi contestati fornendo in alcuni casi riscontri documentali
di GIUSEPPE BAGLIVO
Revocata oggi dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia l'ordinanza della precedente udienza (12 marzo 2016) con la quale era stata decisa l'escussione in aula dell'avvocato-imputato Antonio Galati a "porte chiuse" per presunti motivi di riservatezza ai sensi dall'articolo 472 del codice di procedura penale. La difesa di Antonio Galati non ha avuto infatti problemi a chiedere oggi la ripresa del processo a "porte aperte" (come tutte le altre precedenti udienze) e pertanto il Collegio presieduto dal giudice Alberto Filardo (a latere i giudici Raffaella Sorrentino e Graziamaria Monaco) ha revocato la precedente ordinanza.

L'esame del pm ed i chiarimenti dell'avvocato Galati. Diversi i "temi" affrontati nel corso dell'esame dell'imputato condotto dal pm della Dda Camillo Falvo. Iniziando dai colloqui captati dal Ros di Catanzaro (all'epoca diretti dal maggiore - ora colonnello in altra sede - Giovanni Sozzo) a Limbadi nel casolare di campagna dove il boss Pantaleone Mancuso, detto "Vetrinetta", trascorreva le sue giornate, l'avvocato Galati - che di Mancuso era il legale munito di regolare mandato difensivo - ha fornito le proprie spiegazioni. "Non ho mai avuto contezza - ha rimarcato - di intercettazioni ambientali all'interno del casolare di Mancuso Pantaleone, nè ho mai saputo della presenza di microspie in tali locali. Allo stesso tempo, non ho mai saputo di riunioni operative che si erano svolte a Catanzaro inerenti l'organizzazione del lavoro investigativo fra magistrati e forze dell'ordine. Non ho altresì mai - ha ribadito l'avvocato Galati - veicolato messaggi fra l'allora capo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento, ed il boss Mancuso o viceversa. Ripeto: mai". Maurizio Lento è difeso nel processo dall'avvocato Maurizio Nucci, mentre Emanuele Rodonò è assistito dall'avvocato Armando Veneto.

Sul punto, quindi, l'avvocato Galati ha sottolineato che, contrariamente a quanto ipotizzato dagli inquirenti, "non vi è mai stato alcun incontro fra il boss Pantaleone Mancuso ed il dottore Lento" ed a riprova di ciò lo stesso avvocato ha contestato la trascrizione operata dal Ros sulla frase che Mancuso gli avrebbe rivolto con riferimento al dottore Lento ("il commissario là... si è perso"...) dichiarando di aspettare sul punto le trascrizioni del perito nominato dal Tribunale (non ancora depositate integralmente) e di aver ascoltato nell'audio che la parola "perso" viene pronunciata da Mancuso in dialetto con tale terminologia: "Si sperdiu", assumendo così un significato diverso - ad avviso dell'avvocato Galati - da quello ipotizzato dagli investigatori. "Pantaleone Mancuso - ha spiegato Galati - avanzò tale richiesta di incontro, era ripetitivo e parlava di tutto nel corso delle mie visite da avvocato, ma io mai ho dato seguito alle sue richieste tanto che in oltre 54mila progressivi di intercettazioni non troverete mai che io abbia veicolato qualcosa da Mancuso al dottore Lento. Anzi - ha aggiunto Galati - ricordo di aver detto a Mancuso che se il capo della Squadra Mobile Maurizio Lento si fosse recato a Limbadi, di sicuro non sarebbe andato a prendere alcun caffè con lui ma bensì si sarebbe recato lì per eseguire atti investigativi". Sul punto è lo stesso boss Mancuso, del resto, a spiegare al suo interlocutore nelle intercettazioni che ognuno fa il suo lavoro e che "l'importante è che non facciano abusi".

Vicenda notifica esame autoptico familiari della Buccafusca. In ordine invece al decesso di Tita Buccafusca, la moglie del boss Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni", deceduta ingerendo acido muriatico, sulla notifica dell'esame autoptico al marito Pantaleone, l'avvocato Galati ha chiarito meglio l'intera vicenda. "Io non mi sono messo d'accordo con nessuno - ha chiarito l'imputato -, ma ho invece ricevuto la telefonata dal collega Guido Contestabile che mi diceva: "la Squadra Mobile di Vibo Valentia deve fare una notifica per gli accertamenti autoptici a Mancuso Pantaleone e familiari, a Scarpuni, al che ho fatto presente che il giorno prima i carabinieri avevano notificato un altro avviso per esame autoptico disposto dalla Procura di Vibo . L'avvocato Contestabile era impegnato in aula bunker a Reggio Calabria, Mancuso Pantaleone era in viaggio tra l'obitorio di Reggio e casa sua a Nicotera, quindi il collega mi ha pregato di andare a prendermi copia della notifica perché avremmo dovuto rappresentare che due autorità giudiziarie diverse stavano eseguendo lo stesso accertamento autoptico, a distanza di due giorni l'uno dall'altro". A quel punto, il dottore Lento avrebbe contattato l'avvocato Galati - che già si trovava a Limbadi per altri impegni - per recarsi a Nicotera Marina a casa di Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni", per la notifica dell'esame autoptico e ritirare (il legale per conto dell'avvocato Contestabile) copia del provvedimento con cui si disponeva l'autopsia. Per l'esecuzione di tale notifica, insieme a Maurizio Lento si sono recati anche il suo vice, Emanuele Rodonò, ed il commissario Carmelo Pronestì. Quest'ultimo, ascoltato quale teste dell'accusa nell'udienza del 31 gennaio 2015, ha già spiegato al Tribunale - contrariamente a quanto "costruito" dagli inquirenti sulla scorta delle intercettazioni nel casolare di Limbadi - che in tale occasione i dirigenti della Mobile, Lento e Rodonò, mai hanno dato la mano al boss Mancuso per fargli le condoglianze e mai ha sentito pronunciare ai due dirigenti della Squadra Mobile la parola "condoglianze".

Galati finito nelle indagini di Ruperti e poi assolto. Rispondendo alle domande del pm Camillo Falvo, l'avvocato Antonio Galati ha spiegato di considerare l'ex capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, Rodolfo Ruperti (con il quale inizialmente avrebbe avuto invece, secondo il legale, ottimi rapporti, tanto da cenare diverse volte insieme) come "il responsabile del coinvolgimento" dello stesso avvocato "nell'inchiesta denominata Do ut Des sul magistrato Pasquin. Sono stato assolto ben due volte - ha rimarcato Galati al Tribunale - sia in primo grado che in appello. Anzi, in appello la stessa Procura generale di Salerno ha rinunciato ai motivi d'appello fatti dalla Dda e sono stato di nuovo assolto. Appena tale sentenza di secondo grado diverrà definitiva, intenterò una causa civile per il risarcimento del danno che ho patito per via del mio ingiusto coinvolgimento nell'inchiesta. In pratica, la Squadra Mobile di Vibo Valentia ed il dottore Rodolfo Ruperti avevano fatto un'informativa omettendo di acquisire la sentenza che sarebbe stata oggetto di corruttela, secondo loro, con il giudice Pasquin. Ebbene - ha spiegato l'avvocato Galati - io ho poi prodotto al gip di Salerno tale sentenza che dava torto alla parte che io rappresentavo, e per questo sono stato assolto. Il dottore Ruperti, e da qui la mia perdita di stima nei suoi confronti, non ha acquisito l'unico atto che mi scagionava. Quindi, alla luce dei fatti, io secondo le sue indagini, sarei stato l'unico avvocato in tutta Italia che avrebbe corrotto un magistrato per farsi dare torto in una sentenza".

I due omonimi Antonio Maccarone del "Costa degli dei". Secondo l'impalcatura accusatoria, nel luglio del 2011 l'avvocato Antonio Galati ed il suo amico Emanuele Rodonò si recano al villaggio "Costa degli dei", sito a Capo Vaticano, per trascorrere una giornata al mare. Tale villaggio appartiene da sempre alla famiglia Maccarone (Aurelio, ex consigliere provinciale, Francesco e Antonio Maccarone del '73). Entrando in auto per far rientro a casa, l'avvocato Galati ed Emanuele Rodonò avrebbero commentato la giornata facendo riferimento al fatto che"Antonio Maccarone" sarebbe stato "fantastico" in quanto avrebbe offerto loro una bottiglia di spumante mentre i due si trovavano a bordo piscina. Secondo l'impalcatura accusatoria, si tratterebbe di Antonio Maccarone (cl. 79) genero di "Vetrinetta"(sposato con la figlia del boss) ed assolto nel 2014 dal processo "Black money" (è in corso il processo d'appello), ma l'avvocato Galati ha fatto notare al pm ed al Tribunale che nell'intercettazione si riferivano invece all'omonimo Antonio Maccarone (cl. 73) che lavorava proprio in quel villaggio essendo uno dei proprietari, mentre il genero di Mancuso ( che non è proprietario del villaggio turistico, nè lo gestisce) quel giorno - come riscontrato da altre intercettazioni, sms e telefonate - si trovava invece a Monte Poro. Lo stesso pm Camillo Falvo, commentando tale spiegazione fornita dall'avvocato Antonio Galati, e che riprende probabilmente quanto dichiarato nella precedente udienza svoltasi a "porte chiuse", ha affermato in aula che "su questo non ci sono dubbi".

Gli altri temi trattati. L'avvocato Galati ha poi smentito di aver mai indirizzato indagini da parte della Squadra Mobile di Vibo Valentia, diretta all'epoca da Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, sui Piscopisani, ma di aver espresso personalissimi giudizi sulla capacità degli organi investigativi di saper ben interpretare i mutamenti che stavano avvenendo nella realtà criminale vibonese ("certificati" per primi dalla Dda di Reggio Calabria con l'inchiesta "Crimine" del luglio 2010 e solo tempo dopo dalla Dda di Catanzaro). Riguardo invece la vicenda della presunta “raccomandazione” di Jimmy Miano (boss dei cursoti catanesi a Milano) a Luigi Mancuso, tramite l’avvocato Galati, per “guardargli” in carcere (cioè proteggere) il catanese Aldo Ercolano (ritenuto esponente di peso del clan Santapaola rivale dei cursoti), il legale-imputato ha ribadito di non aver mai riportato a Luigi Mancuso “l’imbasciata” di Jimmy Miano (e sul punto, come già emerso dalla deposizione del colonnello Sozzo del 22 maggio 2015, manca ogni riscontro capace di dare forza alla tesi accusatoria), e di aver commentato tale episodio con il dottore Rodonò in quanto quest'ultimo di origini catanesi e profondo conoscitore della "geografia" mafiosa della sua terra.

Riguardo invece quella che la Dda di Catanzaro (pm Giuseppe Borrelli e Simona Rossi prima, ora pm Camillo Falvo) definisce come “delegittimazione del giudice Fabio Regolo”, l’avvocato Galati ha ribadito che nelle intercettazioni emerge chiaramente la circostanza di come lo stesso non sia mai stato interessato ad una “guerra” che non gli apparteneva (“lo faccia chi ha interesse, non vado ad imbarcarmi in una guerra che non è mia”, questa la frase detta da Galati nelle intercettazioni). In particolare, il riferimento era in ordine agli incarichi dati all’epoca dal Tribunale fallimentare di Vibo (giudice estensore lo stesso Fabio Regolo) ad uno studio di commercialisti di Milano dove lavorava il fratello del giudice Regolo, ovvero il dott. Paolo Regolo.

Controesame. E' toccato infine all'avvocato Guido Contestabile, difensore di Galati insieme all'avvocato Sergio Rotundo, nel corso del contro-esame, far emergere il tipo di rapporti che hanno caratterizzato il legame fra il proprio assistito ed i giudici - all'epoca in servizio a Vibo Valentia - Giancarlo Bianchi, Cristina De Luca e Manuela Gallo. Rapporti più che corretti - come già ribadito in via definitiva dai giudici terzi di Salerno e Napoli - nel caso ad esempio del dottore Giancarlo Bianchi che è stato il primo magistrato a condannare per associazione mafiosa (12 anni) il boss Antonio Mancuso (difeso proprio da Galati) con sentenza (processo Dinasty) che ha poi retto in tutti i gradi di giudizio. Rapporti di amicizia (quelli fra l'avvocato Galati ed alcuni magistrati) che non hanno mai inciso sulla correttezza delle decisioni prese dai giudici - o sulla serenità di giudizio - nell'ambito di processi in cui sono stati coinvolti diversi assistiti dell'avvocato Galati e che non hanno impedito allo stesso legale di ricusare persino il giudice Bianchi nel processo Dinasty contro il clan Mancuso. "Ho ricusato il dottore Bianchi in tale processo - ha spiegato Galati - perchè lui era stato pm della Dda di Catanzaro ed aveva sentito in tale veste alcuni collaboratori di giustizia poi confluiti in Dinasty e secondo me era opportuno che si astenesse. Ricordo che lui prese questa mia ricusazione come un'offesa personale". A conferma infine che ognuno svolgeva correttamente ed in totale autonomia la propria diversa attività professionale, l'avvocato Galati ha ricordato di aver invitato anche i giudici Cristina De Luca e Manuela Gallo ad astenersi dal processo Golden house, "ma loro mi mandarono a quel paese - ha riferito Galati - non sentendosi minimamente condizionate nella trattazione del processo dalla mia presenza quale difensore". Sul punto, anzi, è agli atti della discovery dell'inchiesta "Purgatorio" l'interrogatorio reso dal giudice Cristina De Luca al gip di Napoli in cui il magistrato presentò richiesta di astensione nel processo "Golden house" ma l'allora presidente del Tribunale di Vibo, Roberto Lucisano, la lasciò a presiedere il Collegio non dubitando mai sull'imparzialità e la serenità di giudizio della collega.
Prossima udienza il 22 aprile.
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