La guerra di 'ndrangheta che insanguinò la Calabria (NOMI)
Tra agguati e vendette incrociate, il conflitto si chiuse grazie all'intervento deciso delle forze dell'ordine

Una disputa nata all’ombra della gestione di un sequestro di persona e degenerata in una delle pagine più sanguinose della storia recente della ‘ndrangheta. È la faida di Motticella, esplosa nel 1985 tra la frazione di Motticella di Bruzzano Zeffirio e il vicino territorio di Africo, e proseguita per anni con una lunga scia di omicidi e agguati.
All’origine del conflitto, secondo le ricostruzioni investigative, vi sarebbe stata la gestione del riscatto della farmacista Concettina Infantino: la mancata condivisione delle somme tra le cosche coinvolte e le tensioni legate all’uso di un terreno utilizzato come rifugio avrebbero innescato la rottura definitiva tra i due schieramenti.
Da una parte le ‘ndrine Speranza-Palamara-Morabito, conosciute come “i ramati”, dall’altra il gruppo Mollica-Morabito-Palamara-Scriva, indicato come “i bruciati”. Uno scontro che, nel giro di pochi mesi, si trasformò in una sequenza di vendette incrociate e regolamenti di conti.
Tra il 1985 e il 1990 si contarono circa cinquanta vittime, in un contesto criminale che vide anche l’uccisione di figure di vertice come Pietro Scriva e il progressivo coinvolgimento di esponenti di primo piano delle cosche locali. Il conflitto contribuì a ridisegnare equilibri e assetti della criminalità organizzata nella Locride.
Solo anni dopo, con le operazioni “Tuareg” e “Tuareg 2”, gli inquirenti riuscirono a ricostruire la struttura della faida e le responsabilità dei gruppi coinvolti, facendo emergere la complessità dei rapporti tra le ‘ndrine.
Tra le pagine più drammatiche resta anche la morte del tredicenne Paolino Rodà, ucciso nel 2004 in un agguato a Bruzzano Zeffirio, divenuto simbolo della violenza che per anni ha attraversato il territorio.
