'Ndrangheta: operazione "Sistema Reggio", ecco tutti i beni sequestrati
Ammontano a complessivi 10 milioni di euro i beni sequestrati nell'ambito dell'operazione della Dda di Reggio Calabria e della Squadra Mobile reggina
Nel corso dell'operazione "Sistema Reggio", in esecuzione dei decreti di sequestro preventivo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, gli investigatori della Squadra Mobile reggina hanno sottoposto al vincolo ablativo i seguenti esercizi commerciali, unitamente a numerosi conti correnti e strumenti finanziari riconducibili alle società ed agli indagati:
- Impresa individuale “Fashion Cafe’di Minniti Angela”, con sede a Reggio Calabria in via Argine Destro Annunziata n.89;
- Impresa “Delizie del Mare” sita a Reggio Calabria alla frazione Catona in Via Regina Elena n.38,con almeno 6 punti vendita in città;
- Impresa individuale “Smeriglio Giuseppe”;
- Bar Pasticceria Caffetteria Mediterranea, con sede a Reggio Calabria in via Manfroce n.77;
- Concessionaria “S. Motors”, con sede a Reggio Calabria in via Manfroce n.1/3/5;
- Stazione di Servizio “Esso”, ubicata a Reggio Calabria in via Enotria n.21
- “Bar Villa Arangea”, sito in via Piazza Chiesa Arangea n.97
- “Ritrovo Liberta’”, sito in Via Santa Caterina n. 154/156/158/160.
Dai primi accertamenti effettuati dagli investigatori della Squadra Mobile, nell'ambito dell'inchiesta "Sistema Reggio", sarebbe emerso che che Demetrio Malavenda ed Alessio, nell’ottobre 2013, avevano venduto l’esercizio commerciale "Bar Malavenda" alla società "Villa Arangea" di Alessandro Nicolò (figlio di Antonino Nicolò, detto “Pasticcino”), e di Anna Rosa Martino, moglie di Francesco Serraino, ritenuto dagli inquirenti un elemento di spicco dell'omonimo clan.

Veniva altresì accertato che nei pressi dell’attività commerciale rilevata dai Nicolò era ubicato il bar “Fashion Cafe ndr”, gestito dai fratelli Stillitano Mario Vincenzo e Domenico, ritenuti organici al clan Rosmini operante a Reggio Calabria, cui è demandato il controllo criminale dei quartieri di Santa Caterina, San Brunello e Vito.
L’acquisto del Bar Malavenda da parte dei Nicolò avevafatto sorgere attriti “interni” con gli Stillitano, dal momento che l’acquisto dell’ex “Bar Malavenda” avrebbe inciso sugli interessi economici di questi ultimi, da sempre presenti a Santa Caterina, con il rischio di turbare gli equilibri mafiosi vigenti ormai da oltre un ventennio.
Conferma di ciò sarebbe arrivata alla Dda di Reggio Calabria dalle attività di intercettazione da cui sarebbe emerso in modo palese l’incidenza mafiosa, nel medesimo contesto territoriale ed in eguale misura, degli Stillitano e dei Franco, questi ultimi storicamente "intranei" alla consorteria mafiosa dei De Stefano-Tegano, costituendone la "longa manus" in quel quartiere.

A seguito del duplice attentato dinamitardo, i Nicolò avevano ceduto in locazione l’esercizio commerciale a Carmelo Salvatore Nucera, rappresentante di commercio nel settore dolciario. L’attività investigativa - che si era nel frattempo allargata a macchia d’olio - portava alla luce non solo le dinamiche criminali sottese al duplice attentato al Bar Malavenda ma anche, più in generale, il coinvolgimento, a vario titolo, nella vicenda, di esponenti di vertice di diverse cosche della ‘ndrangheta reggina, riconducibili sia al cartello condelliano che a quello destefaniano.
I servizi di captazione ambientale si rilevavano fondamentali per la ricostruzione dei fatti.In una delle prime conversazioni captate, la Nucera ribadiva che il padre si era accordato con i Nicolò per la cessione del bar ma evidenziava che il punto dolente era un altro, ossia ottenere il placet, per la riapertura della nuova attività commerciale, che doveva essere richiesto ai rappresentanti degli schieramenti mafiosi che condividevano il controllo del quartiere.

La figlia di Nucera riferiva che il padre si era, di fatto, confrontato con coloro che vengono appellati “I Signori della ‘ndrangheta" per ottenere il consenso ad avviare l’attività commerciale. Raccontava che il padre prima si era messo a rapporto con Roberto Franco del cartello destefaniano, il quale a nome della ‘ndrina Franco, cellula di riferimento territoriale dei De Stefano e Tegano, che aveva dato il benestare; aggiungeva che poi, su indicazione dello stesso Franco, aveva incontrato, nel pieno rispetto delle dinamiche relative alla suddivisione territoriale del locale di Santa Caterina tra i due cartelli mafiosi, il responsabile in loco dello schieramento condelliano, individuato in Mario Vincenzo Stillitano.

In merito alla questione relativa alle assunzioni imposte dalle cosche e con riferimento alla “moglie di uno dei due ARANITI”, Nucera precisava che a fare da intermediario con gli Aranti, affinché intervenissero sui Condello, era stato il suo socio in affari, Giovanni Carlo Remo, cugino di una Remo imparentata coi Labate del quartiere Gebbione.
In un dialogo intercettato tra Carmelo Nucera e la figlia Maria Rita emergeva la tensione legata alla complessa vicenda del nuovo locale, nonché lo spessore criminale di Antonino Nicolò che aveva garantito "protezione" ai Nucera, in forza del suo ruolo verticistico in seno al clan Serraino, prefigurando addirittura l’omicidio di Mario Vincenzo Stillitano, individuato da Nicolò come mandante del duplice atto intimidatorio al bar Malavenda.

Nel corso delle indagini era emerso altresì che Carmelo Salvatore Nucera aveva investito della questione il cla De Stefano nella persona dell’avvocato Giorgio De Stefano. Da una conversazione intercettata tra i fratelli Nucera Carmelo e Domenico gli investigatori hanno capito che almeno tre dipendenti erano stati assunti su imposizione delle cosche (“uno me l’ha chiesto Araniti, uno me l’ha chiesto Condello, uno me l’ha chiesto Nicolò ”).
Le attività tecniche consentivano di monitorare un incontro presso il bar Malavenda con gli Araniti che venivano identificati in iovanni Sebastiano Modafferi, nipote dello storico patriarca Santo Araniti di Sambatello, ed Antonino Araniti, cugino di Modafferi.
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