Il racconto di un giovane di Montalto Uffugo, emigrato in Belgio per lavoro: “Ho ancora addosso il brivido che ho sentito quando ho saputo cos’era successo”

di MARIASSUNTA VENEZIANO

“Ero passato di lì meno di dieci minuti prima. Un ritardo e ci sarei stato anch’io”. R. B. (ha chiesto che siano riportate solo le iniziali del suo nome) ci racconta così, sulla chat di Facebook, di quel “brivido” che lo ha attraversato quando, arrivato in ufficio ieri mattina, ha saputo ciò che era successo. Esplosioni, morti, feriti. Un ritardo di dieci minuti per andare al lavoro e sarebbe stato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

“Lavoro a duecento metri dalla fermata della metro di Maelbeek, abito a cinquecento… Ero appena passato da lì. Poco prima mi aveva chiamato mia sorella dall’Italia dicendomi che era successo qualcosa in aeroporto, ma io ho una percezione della paura abbastanza bassa e non ho dato troppo peso alla cosa. Il tempo di arrivare e salire in ufficio e mi hanno detto cos’era accaduto alla metro. Ho avuto un brivido che continuo a portarmi addosso da quel momento”. Il sollievo dei suoi amici si tramuta in emoticon o poche parole di commento quando Facebook fa sapere che “ha confermato di stare bene”.

Bruxelles è la città in cui R. vive da ormai cinque anni. Lontano, molto lontano dalla sua casa di Montalto Uffugo che ha lasciato un po’ per scelta un po’ per necessità. Quando gli si chiede perché se n’è andato risponde con un’altra domanda: “Che prospettive ci stanno giù da noi?”. E così… via: Francia, Inghilterra, Canada, Spagna, Belgio, Lituania e Norvegia. Il suo “spirito da viaggiatore” lo ha portato a sperimentare luoghi e lingue diverse. “Un giorno – racconta – ho sentito la nostalgia e sono tornato. Per un anno non ho lavorato e poi sono ripartito”.

R. B. ha 31 anni ed è “rassegnato”: rassegnato “al fatto che la nostra terra è deturpata” e rassegnato “al fatto che vivere fuori non è nemmeno bello, ma almeno vivo”. Quando ci scrive non sono passate neanche 24 ore dagli attentati che hanno trafitto al cuore la capitale europea e quel “vivo” ha un peso diverso dal solito. Si affretta ad aggiungere: “Di questi tempi devi mettere in conto che per andare al lavoro puoi anche morire”.

E ieri mattina è successo. Qualcuno è morto mentre andava al lavoro. Mentre faceva quello che R. fa tutte le mattine, a quella fermata della metro dove R. passa tutte le mattine e dove ieri era passato appena dieci minuti prima… “Non ho paura, però sono infastidito, stordito, incazzato… Per me i morti di Parigi o di Beirut o di Bruxelles hanno tutti lo stesso peso, però il fatto che sia successo sotto il mio naso mi ha dato fastidio”.

Oggi, intanto, riprende la vita “normale”, nonostante sia stato proclamato il lutto nazionale. “Gli uffici restano aperti… c’è il business da mandare avanti – dice R. con una punta di amarezza tra le righe -. Ormai ci hanno insegnato che pur di raggiungere il posto di lavoro possiamo calpestare anche i morti. E noi obbediamo…”.

Nella gallery, le foto scattate stamattina alla fermata della metro di Maelbeek

Attentati in Belgio, gli amministratori calabresi a Bruxelles: “Qui è surreale” (VIDEO)

Attentati in Belgio, una vibonese racconta: “A Bruxelles si vive nell’angoscia” (LEGGI QUI)

Attentati in Belgio, il racconto del ristoratore di Cosenza: “Scampato all’esplosione” (LEGGI QUI)

Attentati in Belgio, il racconto di una giovane di Lamezia Terme (AUDIO)