Un sistema strutturato, radicato nel territorio e capace di mimetizzarsi attraverso intestazioni fittizie di beni e attività economiche. È questo il quadro che emerge dall'operazione "Jerakarni" sulla cosca “Emanuele-Idà”, operante nelle Preserre vibonesi. 

L’inchiesta, fondata su una vasta attività investigativa fatta di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, ha evidenziato una organizzazione mafiosa dotata di una struttura gerarchica stabile, capace di controllare settori chiave come traffico di stupefacenti, estorsioni e gestione delle armi. Tra gli elementi centrali dell’indagine vi è il ricorso sistematico a intestazioni fittizie di beni, strumento utilizzato per schermare la reale disponibilità patrimoniale dei soggetti coinvolti e aggirare eventuali sequestri o controlli patrimoniali. Secondo quanto emerge dagli atti, il gruppo criminale operava attraverso una rete di soggetti formalmente estranei ma di fatto riconducibili alla cosca, creando una sorta di “economia parallela” in cui beni e attività venivano gestiti indirettamente. Un sistema che, come evidenziato dal giudice, si fonda su vincoli associativi solidi, disponibilità di armi e una cassa comune destinata al sostentamento dell’organizzazione .

Le intercettazioni vengono ritenute dagli inquirenti altamente attendibili, sia per la diretta partecipazione degli interlocutori ai fatti, sia per la chiarezza dei contenuti, anche quando espressi con linguaggio criptico . In molti casi, i dialoghi costituiscono veri e propri resoconti delle attività illecite, offrendo uno spaccato dettagliato delle dinamiche interne al gruppo.

Di primaria importanza, al riguardo, appare l’intestazione dell’attività commerciale denominata “Cars Idà". Il compendio investigativo in atti non lascia residuare alcun dubbio in ordine alla fittizia intestazione di detta società - in realtà gestita da Franco Idà - a Michele Carnovale. Ed invero, è la stessa viva voce di Michele Idà cl. 97 ad affermarlo a più riprese nei dialoghi intrattenuti con il Carnovale.
Nelle conversazioni captate, il Carnevale sembrava voler fare un passo indietro, esternando il timore dì essere arrestato:

Carnovale: Ma tu lo sai perchè mio cugino Gianni ha preso nove anni? Che gli è caduto tutto… pure l'associazione gli è caduta [...] 

Michele Idà: eh cosa? [...] 

Michele Carnovale: Beni fittizi [...], 

La conversazione suscitava l’ira dell’Idà, il quale, al contempo, per non perdere “la risorsa”, rassicurava Carnovale sul fatto che, anche ove lo avessero arrestato, “Nuccio” (inteso Franco Idà) e in generale “loro” non lo avrebbero abbandonato e avrebbero sostenuto tutte le spese, comprese quelle legali.

Michele Idà: e c'è... c’è problema? [...] 

Marco Idà: “E ma secondo te Nuccio ti abbandona?”.

Michele Idà’: “Ma il problema tuo qual è? L’avvocato? Si paga, stai tranquillo. Qual è, 100 euro? Ti arrivano pure le cento euro al colloquio”.

Michele Idà: “Oh, vedi che mi stai facendo paura. Vai e diglielo chiaro a mio padre, non mi cacare il cazzo. Tu dovevi parlare chiaro con mio padre, così non te lo intestavi qua, che poi lo sapevi che ti arrestano. Vuoi una rassicurazione? L’avvocato ce l’hai pagato e al colloquio non ti manca nulla [...]” .

Michele Carnovale: “Apposto [...]”.

Michele Ida’: “Stop [...]”.

Michele Carnovale: “Questo ho detto io, non ho detto nient’altro, né di paura né [...]”.

Michele Ida’: “E secondo te ti abbandoniamo, a scemo di merda. Quando ti ho detto io che mi tolgo la ditta e quando ti ha detto mio padre se te la intestavi tu... tu gli potevi dire benissimo di no... e ancora puoi andare dal commercialista e toglierti la ditta. Sai perché mi sfotto? Perché gli dovevi dire di no a mio padre... gli dovevi dire ‘non me la intesto’, perché tu lo sapevi... onesto, io se ero uno che non se ne prendeva non me la intestavo la ditta [...]. A me non me ne fotte un cazzo... questi, gli altri... domani un’altra volta pesci e vaffanculo a chi rimane [...]. Hai capito cosa ti voglio dire? Va bene dai... con soldi e senza soldi... che se adesso abbiamo cento euro, quando non ne avevamo facevamo lo stesso, pure peggio, che non guardavamo... che in galera non si muore... eh... eh. Ma non ho detto che non ce la fai, non ti devi fasciare la testa. Secondo te ti abbandoniamo, a scemo? Non abbiamo abbandonato mai a nessuno,  ti abbandoniamo?”.

Emerge infine che Carnovale si era intestato la ditta degli Ida’ dietro corresponsione di uno stipendio mensile: Idà Franco al Carnovale: “I soldi te li sei presi dello stipendio”.

Alla medesima logica rispondono le altre due intestazioni fittizie, relative all’autovettura Stelvio e allo scooter Yamaha T-Max, entrambi di proprietà di Michele Idà cl. 97, ma intestati ad altri.

Anche in questo caso il tenore delle conversazioni captate è chiarissimo: dalla semplice lettura delle stesse si evince che la proprietà dei citati mezzi, benché intestati a Giuseppe Chiera (e prima ancora a Carnovale) l’autovettura e ad Michelangela Alessandria lo scooter, sia dell’Idà. E’ quest’ultimo, infatti, che si informa sui costi per il passaggio di proprietà della Stelvio in vista della successiva vendita, dell’assicurazione in scadenza; è sempre lui che viene controllato sul territorio a bordo/alla guida dell’autovettura. Analogamente, quanto allo scooter, è Idà che si occupa della immatricolazione, che viene informato del buon esito del finanziamento ottenuto da Findomestic a nome di “Alessandria” e al quale i complici chiedono conferma in ordine alla esattezza dei dati del libretto.