Preserre, il "pizzo" come legge: ecco tutte le ditte vessate dalla cosca Emanuele (NOMI e DETTAGLI)
Le carte dell’inchiesta Jerakarni svelano i dialoghi tra i vertici e i gregari del clan. Le minacce alle ditte e il sistema della "messa a posto"
Il controllo del territorio nelle Preserre vibonesi non era solo una pretesa simbolica, ma una pratica quotidiana fatta di minacce dirette e "visite" ai cantieri. L'inchiesta Jerakarni mette a nudo i volti e le voci di chi gestiva il racket delle estorsioni per conto della potente cosca Emanuele. Un sistema di tassazione parallelo, preciso come un bilancio aziendale ma imposto con la forza delle armi e delle bombe viene tratteggiato dall'ordinanza cautelare firmata dal GIP Arianna Roccia, che delinea un quadro oppressivo in cui le ditte edili operanti nel vibonese venivano sistematicamente munte dalla 'ndrina Emanuele-Idà.
Dalle intercettazioni ambientali emerge con chiarezza la vigenza di una "tariffa" standard per le imprese: il 3% del valore dell'appalto. In un dialogo emblematico del 23 ottobre 2020, un emissario chiede al boss Franco Idà (detto "Nuccio") istruzioni su come comportarsi con una ditta impegnata in lavori di bitumazione: "Il 3% sempre dall’importo?". La risposta del boss è pragmatica e rivela il controllo totale sul settore: "Sì sempre il 3% ma con la catrame puoi smussare un po'...". Se la ditta non pagava, il diktat era perentorio: "Se non li porta, digli di non permettersi a lavorare".
Il 4 febbraio 2021 venivano captati una serie di messaggi tra Michele e Marco Idà tesi a stabilire l’esatta cifra che avrebbe dovuto corrispondere la ditta Romano S.r.- aggiudicatrice dei lavori di ripristino della “strada Giorpo” per un importo pari a 220 mila euro - con i quali il primo comunicava dell’estorsione richiesta pari ad un importo di 7 mila euro, dilazionato in due rate: 3.000 prima dell’inizio lavori e 4.000 euro a fine lavori “Digli che quel lavoro di Savini che ho aggiustato io mi hanno portato 3 mila euro e domani iniziamo, 4 mila come finiscono” comunicando tra Poltro di aver già ricevuto la prima rata di euro 3.000 “Di quel lavoro che ho aggiustato [...] Mi hanno portato 3 mila”.
Poco dopo, avendo interrotto lo scambio di messaggi, Franco Idà, per il tramite di Marco Idà, impartiva disposizioni a suo figlio Michele in ordine alla riscossione della seconda rata estorsiva alla Romano Srl, ordinandogli di riscuoterla prima della fine dei lavori “Dice i 4 mila di farteli dare prima che finiscono il lavoro”.
Analogamente, in data 15.02.2021, Marco Idà comunicava a Michele Idà le disposizioni impartite dal boss Franco Idà in ordine all’estorsione da richiedere per il tramite di “spadino ” alla Ditta C.M. Impianti Srl di Carnovale Michelino e alla Ditta Parisi Srl di Parisi Giuseppe, impegnate nella installazione dell’impianto di video sorveglianza nei Comuni di Sorianello e Gerocarne: “E poi di vedere a spadino per il fatto dele telecamere di Sorianello e Gerocarne [...] Che devono pagare".
Il giorno seguente Michele Idà informava Marco Idà di essere in compagnia di “Dome”, aggiungendo che “quello delle telecamere” aveva già versato una quota estorsiva di 2.000 euro impegnandosi a corrispondere la rimanenza nei prossimi giorni unitamente alla quota relativa all’impianto di video sorveglianza di Gerocarne: “Sono con Dome [...] Allora quello delle telecamere di Sorianello ha portato 2.000 euro e a giorni porta porta metà e più quelli di Gerocarne”. Infine, in data 23.2.2021, si registrava una ulteriore conversazione tra Ida’ Michele e Marco da cui si evinceva che i proventi estorsivi erano stati riscossi e tenuti in custodia da Zannino alias Testazza ("2.000 euro delle telecamere ce li ha Testazza/...] Dice che glieli ha dati a lui”.') Medesimo modus operandi si rinviene nella vicenda estorsiva in danno della ditta Mo.Vi.Ter, costantemente monitorata dagli indagati, i quali si dimostrano ben al corrente delle rispettive commesse (“Perché gli hanno assegnato un altro lavoro di 400 mila euro”). Anche in questo caso le conversazioni tra gli indagati sono chiarissime, risultando molteplici i riferimenti alla vittima e alle somme indebitamente pretese ("Domani domandagli a Testa se Mo.Vi.Ter gli ha portato duemila euro [...] Che li doveva portare”... “Digli a mio papà che siamo restati, va Testazza [...] Hanno l'appuntamento sabato”), nonché alle minacce sottostante la richiesta estorsiva ("Mo.Vi.Ter sta aspettando che porta i soldi e gli ha già detto che se non li porta di non permettersi a lavorare”).
In data 23.02.2021, Michele Idà riceveva dei messaggi da un soggetto che si presentava con Dome “Sono Dome", il quale forniva informazioni in ordine ad un lotto boschivo che era stato pagato 22 mila euro “Il bosco l’ha pagato 22 mila”. Michele Idà, avendo ben compreso il tema, chiedeva all’interlocutore se fosse riuscito a chiudere per 5.000 “Hai chiuso a 5000 ok”', cifra che, come di seguito verrà meglio rappresentato, corrispondeva alla quota estorsiva richiesta all’imprenditore boschivo ' aggiudicatario del lotto. Michele Idà informava subito suo padre Franco della quota estorsiva che Testazza (Domenico Zannino/“Dome”) aveva imposto all’imprenditore, appellato con il soprannome di Chianti: “Con Chianti quello di Simbario è apposto, ha chiuso Testazza a 5000".
In data 23.10.2020 si registrava una conversazione in cui un soggetto allo stato non identificato chiedeva a Franco Idà a quanto ammontasse la percentuale estorsiva da imporre alla ditta Costruzioni di Macri Rocco, impegnata in lavori di bitumazione: "Alle 10 ho l'appuntamento con quello della catramma. Come devo fare? [...] Il 3% sempre dall’importo?", ricevendo pronta conferma dal boss che, nella circostanza, lasciava spazio a ritocchi del prezzo a causa del tipo di lavori trattati: “Si sempre il 3% ma con la catrame puoi smussare un po ' tipo se esce dispero di poco si aggiusta ok". Il giorno successivo, l’uomo informava Franco Idà che la Ditta Costruzioni di Macrì Rocco si era rivolta a MO.Vi.Ter (anch’essa, come esposto, soggetta a estorsione) informandola che l’importo totale dei lavori ammontava a 400 mila euro e dimostrandosi disposta a versare una quota estorsiva pari a 6 mila euro “Quello della catramma è andato da Moviter [...] E dice che il lavoro tutto complessivo è di 400 mila [...] Macinato e asfalto [.../E ci vuole dare 6000 in tutto". Franco Idà, dunque, invitava l’uomo a richiedere 10.000 euro, con margine massimo di trattativa sino alla cifra di 8 mila euro “Tu chiedi 10.000 €. Se scendono a 8.000€ chiudi ok?”. Il discorso veniva ripreso una settimana dopo, allorquando Franco Idà si sincerava con il proprio referente in ordine all’accordo definitivo per i lavori di bitumazione “Come con Moviter si aggiustato l’asfalto ???”. L’intermediario riferiva che l’appuntamento era saltato e che comunque avrebbe definito il giorno successivo chiudendo la partita a 8.000 euro: “Doveva venire oggi quello della catramma invece viene domani [...] Domani mattina ritorna [...] E vediamo di chiudere a 8000”, altresì rassicurando il boss sulla buona riuscita dell’affare: "Si sì 6000 c’è li voleva già dare [...] Si domani chiudiamo a 8000”.
