L’ombra del boss: il ruolo di Franco “Nuccio” Idà al servizio degli Emanuele
Non solo un gregario, ma il braccio destro e factotum del boss Bruno: l'inchiesta Jerakarni conferma il legame indissolubile tra il capo del Locale dell'Ariola e il suo fidato luogotenente
Nelle gerarchie criminali delle Serre vibonesi, il potere non si misura solo con il piombo, ma anche con la fedeltà assoluta. Se Bruno Emanuele rappresenta la mente strategica e il volto spietato del Locale dell'Ariola, Franco Idà, meglio conosciuto negli ambienti della 'ndrangheta come "Nuccio" (o "Linuccio"), ne ha incarnato per anni l'estensione operativa e logistica. Un rapporto, quello tra i due, che supera la semplice affiliazione per farsi simbiosi criminale.
Il braccio destro del "Capo"
Franco Idà, nato a Gerocarne nel 1966, non è un nome qualunque nelle carte giudiziarie. Legato da vincoli di parentela agli Emanuele (essendo cognato dei fratelli Bruno e Gaetano), "Nuccio" è stato descritto dai collaboratori di giustizia — primo fra tutti Raffaele Moscato — come l'uomo ombra del boss.
Mentre Bruno Emanuele scalava le vette del potere mafioso eliminando i rivali Loielo e stringendo patti con i Maiolo, Idà garantiva la tenuta dell'organizzazione. La sua condanna definitiva a 12 anni e 6 mesi di reclusione per associazione mafiosa ha sancito il suo ruolo di "stretto coadiutore": era lui a gestire i contatti, a veicolare i messaggi e a presidiare il territorio quando il boss era impossibilitato a farlo.
L’anello di congiunzione con i Piscopisani
Il ruolo di Idà è stato centrale anche nella costruzione del cartello anti-Mancuso. I documenti investigativi lo collocano al centro dei rapporti con la cosca dei Piscopisani di Vibo Valentia. Grazie ai legami familiari (la famiglia Idà è imparentata con i vertici dei Piscopisani), Franco "Niuccio" fungeva da ambasciatore e garante.
È proprio Idà ad apparire nelle ricostruzioni di Moscato come uno dei partecipanti ai summit più delicati. Tra questi, spicca il piano — poi sfumato — per organizzare l'evasione dal carcere di Bruno Emanuele. Un progetto che dimostra quanto Idà fosse ritenuto affidabile dal vertice: solo a un uomo di fiducia totale si potevano affidare i dettagli di un'operazione così rischiosa.
La reggenza e la fedeltà
Durante i periodi di detenzione dei fratelli Emanuele, il ruolo di Franco Idà si è ulteriormente espanso. Insieme a Gaetano Emanuele, ha mantenuto ferree le redini del Locale dell'Ariola, assicurando che la "cassa" del clan continuasse a rimpinguarsi attraverso il controllo del settore boschivo e le estorsioni.
La figura di Idà emerge chiaramente dalle sentenze del Tribunale di Vibo Valentia e della Corte d'Appello di Catanzaro come quella di un "professionista della 'ndrangheta": un uomo capace di muoversi tra le montagne di Gerocarne così come nei covi di Vibo Marina, portando sempre con sé l'autorità del nome degli Emanuele. La sua condanna non ha solo colpito un singolo individuo, ma ha reciso quello che era considerato il sistema nervoso centrale della cosca più potente delle Serre.
