Un passaggio destinato a incidere nel dibattito sulle infiltrazioni della criminalità organizzata in Liguria arriva dalle motivazioni della Corte d’Appello di Genova, che riconosce esplicitamente come nel territorio di Diano Castello sia individuabile una presenza strutturata riconducibile alla ’ndrangheta.

Il riferimento compare nella sentenza relativa a un’inchiesta su un’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, che ha portato alla condanna di 21 imputati per un totale di oltre 160 anni di reclusione. Al centro del procedimento un’organizzazione ritenuta attiva nell’approvvigionamento e nello spaccio di cocaina, hashish e marijuana, riconducibile alla famiglia De Marte-Gioffrè.

I giudici di secondo grado hanno inoltre confermato l’aggravante del metodo mafioso, respingendo le ricostruzioni difensive che escludevano qualsiasi radicamento di tipo criminale organizzato nell’area del Dianese.

Nelle motivazioni viene tracciato anche il quadro dei legami familiari e geografici degli imputati, con particolare riferimento alla Calabria e al comune di Seminara, nella Piana di Gioia Tauro, territorio storicamente segnato dalla presenza di articolazioni della ’ndrangheta.

Secondo la Corte, alcuni degli imputati avrebbero mantenuto un legame diretto con contesti criminali di origine, elemento ritenuto rilevante per comprendere le dinamiche associative e la capacità di intimidazione del gruppo. Vengono richiamate, inoltre, relazioni di parentela con soggetti già coinvolti in procedimenti per associazione mafiosa.

Un passaggio centrale delle motivazioni riguarda proprio il radicamento territoriale dell’organizzazione. I giudici affermano che l’argomento secondo cui nel comune di Diano Castello non sarebbe stata presente alcuna struttura mafiosa non trova riscontro negli atti investigativi.

La sentenza richiama infatti le risultanze della Direzione Investigativa Antimafia, secondo cui l’area risulterebbe inserita nella mappatura delle presenze criminali della provincia di Imperia, con particolare riferimento a contesti di tipo ’ndranghetista.

Sul piano giuridico, la Corte d’Appello spiega le ragioni della conferma dell’aggravante mafiosa, sottolineando come il gruppo criminale non si limitasse alla gestione dello spaccio, ma sfruttasse una reputazione di vicinanza a consorterie storiche per consolidare il proprio potere.

Secondo i giudici, la forza dell’organizzazione derivava anche dall’evocazione delle proprie origini calabresi e dei legami con famiglie considerate espressione della criminalità organizzata, utilizzate come strumento di pressione e intimidazione.

Il controllo del mercato della droga sarebbe stato garantito, si legge nelle motivazioni, da un sistema fondato su minacce, violenze e ritorsioni nei confronti di acquirenti e concorrenti, tale da determinare una condizione di sostanziale monopolio.

La Corte descrive un clima di paura diffusa, in cui anche semplici contatti o richieste di incontro erano sufficienti a indurre soggezione nei soggetti coinvolti, consapevoli della reputazione criminale degli interlocutori.

A supporto della ricostruzione vengono richiamate anche conversazioni intercettate, ritenute indicative del linguaggio e della cultura intimidatoria del gruppo. In alcuni dialoghi emerge il richiamo esplicito all’origine calabrese come elemento di minaccia e deterrenza.

Secondo i magistrati, proprio il ricorso sistematico a tali modalità avrebbe consentito all’associazione di consolidare il proprio controllo sulle attività illecite, alimentando quel contesto di assoggettamento e omertà tipico delle dinamiche mafiose.

La sentenza, nel suo complesso, rafforza così la lettura di un’organizzazione criminale che non operava soltanto sul piano dello spaccio di stupefacenti, ma che si avvaleva di metodi e simboli riconducibili alla cultura mafiosa per esercitare pressione e dominio sul territorio.