'Ndrangheta, Nicola Bonavota scarcerato: "Non c'è pericolo di fuga"
Il gip del Tribunale di Vibo non convalida il fermo e rigetta anche la richiesta di custodia cautelare ordinando l'immediata scarcerazione: "Insufficiente il quadro indiziario"
di MIMMO FAMULARO
Nicola Bonavota torna in libertà. Il gip del Tribunale di Vibo Valentia, Gabriella Lupoli, non ha infatti convalidato il fermo e ha disposto l'immediata scarcerazione non applicando alcun misura cautelare. Il giudice si è quindi spogliato delle proprie competenze trasmettendo gli atti al gip distrettuale di Catanzaro.
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Le accuse. Il quarantenne di Sant'Onofrio, ritenuto dagli inquirenti esponente di spicco del clan Bonavota, resta indagato a piede libero nell'ambito dell'inchiesta denominata "Conquista" coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Lo scorso 14 dicembre era sfuggito al blitz dei carabinieri rendendosi irreperibile per qualche giorno. Domenica pomeriggio si è invece consegnato ai militari della Stazione di Sant'Onofrio e, dopo le formalità di rito, portato al carcere di Vibo Valentia dove è rimasto fino a questa mattina. Assistito dai suoi legali di fiducia, Nicola Cantafora e Nicola D'Agostino, nel corso dell'interrogatorio di garanzia ha risposto alle domande del gip e respinto le accuse provando a chiarire la sua posizione. Nel decreto di fermo firmato dal sostituto procuratore della Dda Camillo Falvo gli venivano contestati diversi reati e, tra questi, il più grave quello di omicidio. Per gli inquirenti, Nicola Bonavota sarebbe, infatti, tra i mandanti del agguato costato la vita a Raffaele Cracolici, detto Lele Palermo, ucciso il 4 maggio del 2004, e quello a Domenico Di Leo, trucidato il 12 luglio 2004.
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Prove insufficienti. In merito all'omicidio Cracolici, la pubblica accusa aveva in realtà già escluso la gravità indiziaria per "carenza di riscontri individualizzanti". La posizione di Nicola Bonavota è quindi stata valutata con esclusivo riferimento all'omicidio Di Leo. A chiamarlo in causa le dichiarazioni del pentito Andrea Mantella che lo ha esplicitamente indicato tra i mandanti del delitto "poiché - sostiene il collaboratore di giustizia - Domenico Di Leo, per un verso, creava problemi alla gestione degli affari illeciti nella costruenda zona industriale di Maierato; per altro verso aveva fatto esplodere la bomba presso la concessionaria De Fina di Sant'Onofrio, altra attività di interesse di Nicola Bonavota". In sede di interrogatorio l'indagato ha contestato gli addebiti "evidenziando - scrive il gip - di non conoscere affatto Andrea Mantella e che nessun elemento riscontra l'incontro preparatorio dell'omicidio asseritamente svoltosi in una campagna peraltro della propria suocera". Nel motivare il provvedimento di rigetto, il gip sottolinea "le contraddizioni e l'incertezza sul movente" ma anche "l'incoerenza del narrato di Mantella".
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Non c'è pericolo di fuga. Per il gip c'è carenza di un altro requisito: il pericolo di fuga, "non essendo stato documentato, a differenza di altre posizioni già vagliate da questo giudice, alcun elemento specifico concreto da cui desumere la ragionevole probabilità che il prevenuto fosse in procinto di dileguarsi non essendo sufficiente, a tal fine, la mera conoscenza della intervenuta collaborazione del Mantella, né il mancato immediato rintraccio presso la propria abitazione in sede di prima esecuzione del fermo a cui è seguita, infatti, la presentazione spontanea di Bonavota Nicola presso il comando provinciale di Vibo Valentia appena rientrato da Roma-Genova dove - a suo dire - si trovava".
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