Valerio Loielo
Valerio Loielo

Nelle Preserre vibonesi, dove i confini tra i paesi si tracciano con il sangue delle faide, i nomi dei Loielo e degli Emanuele continuano a pesare come sentenze. Ma oltre la cronaca dei delitti, le recenti carte giudiziarie rivelano una sfumatura diversa: quella di una consorteria che, sebbene feroce, viveva nel terrore costante di perdere i propri pezzi sotto i colpi del clan avverso.

"Non fate uscire Valerio": l'ordine del boss dal carcere

Uno dei passaggi più emblematici dell'inchiesta riguarda la figura di Valerio Loielo. Descritto come il custode delle armi e partecipe delle decisioni del fratello Rinaldo, Valerio era diventato un obiettivo prioritario per gli Emanuele. Dopo essere già scampato a precedenti agguati, la sua testa era il trofeo più ambito dai rivali.

La preoccupazione del boss Rinaldo Loielo, nonostante la sua restrizione in carcere, era diventata un'ossessione protettiva. Dalle emergenze investigative emerge un ordine perentorio inviato ai familiari: "Non fate uscire Valerio". Un diktat che non era solo un atto d'affetto fraterno, ma una precisa strategia di conservazione militare: perdere Valerio significava non solo un lutto familiare, ma privare il gruppo di uno dei suoi pilastri operativi e decisionali.

I "Tre giusti" nel mirino

Che il pericolo fosse reale e imminente lo confermano le intercettazioni captate nella famigerata "casa di Gerocarne", quartier generale della fazione avversa. Tra quelle mura, i membri del clan Emanuele discutevano apertamente dell'eliminazione di quelli che chiamavano ironicamente "i tre giusti": Valerio, Walter e Rinaldino Loielo.

Essere definiti "giusti" nel gergo della faida significava essere i bersagli principali, i soggetti la cui eliminazione avrebbe garantito il controllo totale del territorio. Un riconoscimento implicito, da parte della consorteria rivale, della posizione di potere privilegiata occupata dai tre all'interno del sodalizio dei Loielo.

La scacchiera della morte

La faida non si combatteva solo con il silenzio, ma con colpi clamorosi. Mentre i Loielo cercavano di proteggere i propri membri, pianificavano meticolosamente la distruzione dei vertici nemici. L’omicidio di Antonino Zupo, cugino degli Emanuele e reggente del territorio, è l'esempio plastico di questa strategia. Un killer - Cristian Loielo - che si presenta alla porta con un chilo di formaggio e il fuoco di una calibro .357 che mette fine alla "reggenza" di Zupo.

Un organigramma di ferro

L'inchiesta ricostruisce una struttura dove nulla era lasciato al caso. Mentre Rinaldo Loielo assumeva le decisioni di rilievo e pianificava le eliminazioni in "plurime riunioni", figure come Filippo Pagano e Franco Alessandria garantivano il supporto logistico, trasformando immobili e terreni in depositi per arsenali pronti all'uso.

Oggi, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come Walter Loielo, quel muro di omertà e protezione che circondava i "giusti" è crollato, consegnando agli inquirenti la mappa di una guerra che per anni ha tenuto in scacco l'entroterra vibonese.