La Cassazione riapre il processo: nuovo giudizio sulle infiltrazioni della ’ndrangheta (NOMI)
Annullata con rinvio la sentenza d’appello bis che aveva escluso l’associazione mafiosa. I giudici di legittimità chiedono un nuovo esame sull’eventuale presenza di una “locale”
Il caso “Tritone” torna davanti ai giudici d’appello. La Corte di Cassazione ha infatti annullato con rinvio la sentenza di secondo grado bis che aveva escluso l’ipotesi di associazione di tipo mafioso, disponendo un nuovo processo per rivalutare gli elementi centrali dell’inchiesta.
La decisione riguarda il procedimento scaturito da una vasta indagine della Procura di Roma, che aveva ipotizzato l’esistenza di una struttura criminale radicata sul litorale sud della Capitale, tra Anzio e Nettuno, riconducibile a contesti della ’ndrangheta.
L’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri Giovanni Musarò e Alessandra Fini, aveva portato nel 2022 a una serie di arresti eseguiti dai carabinieri del Nucleo investigativo, nell’ambito di un’operazione che aveva acceso i riflettori sulla possibile infiltrazione della criminalità organizzata calabrese nel tessuto economico locale.
Al centro del nuovo giudizio d’appello vi sarà nuovamente il nodo principale dell’indagine: l’eventuale esistenza di una cosiddetta “locale” di ’ndrangheta operante stabilmente sul territorio, con una propria autonomia organizzativa ma inserita nei collegamenti con la struttura madre calabrese.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dalla Procura generale di Roma, ritenendo necessario un approfondimento dopo la precedente decisione che aveva escluso l’aggravante mafiosa.
Tra le posizioni coinvolte figurano quelle di Bruno Gallace, indicato dagli investigatori come presunto vertice del gruppo insieme a Giacomo Madaffari, e quella di Davide Perronace, che secondo l’impianto accusatorio avrebbe curato i rapporti con gli ambienti della pubblica amministrazione.
Secondo la ricostruzione investigativa, il sodalizio avrebbe perseguito l’obiettivo di rafforzare la propria presenza sul territorio attraverso il controllo di attività economiche strategiche e l’inserimento in settori produttivi locali, con particolare attenzione ai traffici internazionali di stupefacenti e alle attività economiche collegate alla filiera del mare e alla gestione dei servizi.
L’inchiesta aveva inoltre ipotizzato che il gruppo fosse in grado di gestire ingenti quantitativi di cocaina provenienti dal Sud America, reinvestendo i proventi illeciti nel circuito economico locale.
Le ripercussioni del procedimento si erano estese anche sul piano amministrativo: i Comuni di Anzio e Nettuno erano stati successivamente sciolti per infiltrazioni mafiose.
Nel frattempo, per gli altri imputati coinvolti nel processo originario prosegue il giudizio d’appello ordinario. La nuova fase dovrà stabilire se, sulla base degli atti, possa essere confermata o meno l’esistenza di una struttura mafiosa organizzata sul litorale romano.
