'Ndrangheta: i contrasti all'interno del clan Bonavota e il ruolo di Di Leo
L'escalation della vittima nel clan di Sant'Onofrio, lo scontro per il comando e la scissione nella cosca sino all'eliminazione di un elemento ritenuto troppo "scomodo"
di GIUSEPPE BAGLIVO
Avrebbe fatto parte del clan Bonavota sin dalle origini, Domenico Di Leo, rimasto vittima di un agguato mortale la sera del 12 luglio 2004. Secondo quanto ricostruito nel decreto di fermo del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, Domenico Di Leo sarebbe entrato nel clan Bonavota - la prima associazione mafiosa riconosciuta con sentenza definitiva nel Vibonese nel 1992 - sin da quando a capo del clan vi era Vincenzo Bonavota, deceduto nel 1998 per un male incurabile e padre dei fratelli Pasquale e Domenico Bonavota. La stessa vittima (Domenico Di Leo) era del resto sposato proprio con una Bonavota.
Scissione nel clan Bonavota. L'omicidio di Domenico Di Leo, ad avviso degli inquirenti e dei carabinieri del Norm di Vibo, sarebbe stata la risposta più "alta" alla scissione che si era venuta a creare all'interno dello stesso clan Bonavota, del quale la vittima era ritenuta parte integrante quale "braccio armato".

Pietro Lopreiato incontra Antonio Bonavota. Elementi importanti per l'inchiesta gli investigatori hanno poi raccolto attraverso alcune intercettazioni ambientali che "documentano" diversi incontri fra l'imprenditore Pietro Lopreiato di Sant'Onofrio - vittima del taglio di mille ulivi di proprietà della sua cooperativa "Thalita Kumi - e Antonio Bonavota, detto "Patata", suocero di Domenico Di Leo e che gli inquirenti descrivono come "cellula storica della consorteria dei Bonavota", anche perchè Antonio Bonavota è cugino di primo grado del defunto boss Vincenzo Bonavota.
"Nel corso delle intercettazioni ambientali in questione - riporta il decreto di fermo - Bonavota Antonio, nel descrivere al Lopreiato la sua posizione in seno al gruppo, lamentava il fatto di essere stato messo da parte dai promotori della cosca; proprio in tale contesto, nella conversazione del del 13 febbraio 2012 affrontava l’argomento relativo a quanto accaduto al genero Di Leo Domenico, coniugato con la figlia Bonavota Brunella ovvero la vicenda del suo omicidio".

Il ruolo di Di Leo secondo Bonavota. Stando a tale ricostruzione operata dalla Dda grazie alle conversazioni intercettate, Antonio Bonavota avrebbe spiegato al suo interlocutore Pietro Lopreiato che prima della rottura dei rapporti fra i figli di Vincenzo Bonavota e Domenico Di Leo, quest'ultimo sarebbe stato al "soldo di Bonavota Pasquale dal quale all'epoca riceveva un mensile di due milioni di lire e, con la stessa cresta che Di Leo faceva sulle macchinette da gioco che svuotava per i Bonavota, arrivava anche a tre, quattro milioni di lire al mese". Inoltre, il genero Domenico Di Leo avrebbe "meritato di essere rispettato perchè quando a Sant'Onofrio era scoppiata la guerra di mafia fra i Bonavota ed i Petrolo-Bartolotta, proprio Domenico Di Leo era stato uno dei protagonisti dello scontro".
Il movente dell'omicidio. Se la relazione fra uno dei fratelli Bonavota e la cugina di Domenico Di Leo sarebbe stato solo un pretesto per l'eliminazione di quest'ultimo, i veri motivi ad avviso degli investigatori vanno ricercati in tre ambiti: la stessa figura di Domenico Di Leo che il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato definisce come un "sanguinario"; il tentativo di Di Leo di imporsi sul territorio andando a toccare con una bomba ad alto potenziale il 28 giugno 2004 anche un autosalone di Sant'Onofrio il cui proprietario - ipotizzano gli inquirenti - avrebbe goduto della "protezione" dei fratelli Bonavota rifiutandosi di prestare un'autovettura a Domenico Di Leo; la decisione dello stesso Di Leo di realizzare un autolavaggio nella zona industriale di Maierato nello stesso posto (Parco commerciale) dove i fratelli Bonavota avevano invece pensato di costruire un bar. Domenico Di Leo, alias "Micu i Catalanu", secondo le intercettazioni e la ricostruzione accusatoria si sarebbe così "spinto" sino a cacciare dalla zona industriale gli operai che dovevano realizzare gli scavi del costruendo bar per conto di Domenico Bonavota. La sera stessa di tale ultimo episodio, il suocero (Antonio Bonavota) avrebbe quindi chiamato Domenico Di Leo per fargli capire che "non poteva osare tanto nei confronti dei fratelli Bonavota".

I collaboratori ed il parente di Di Leo. Oltre ai collaboratori di giustizia Francesco Michienzi, Loredana Patania e Raffaele Moscato, anche uno strettissimo congiunto di Domenico Di Leo ha indicato ai carabinieri i mandanti dell'omicidio del familiare. Escusso formalmente dal procuratore di Vibo dell'epoca in data 5 agosto 2004 e dal maggiore dei carabinieri Luigi Grasso, tale "personaggio" (già condannato per associazione mafiosa quale esponente di spicco del clan Bonavota) non ha però inteso mettere a verbale quanto in precedenza riferito per le vie brevi. Tale "personaggio" avrebbe indicato Domenico Di Leo pure come uno dei possibili autori degli agguato costati la vita - in due distinti episodi - ai fratelli Alfredo e Raffaele Cracolici, ritenuti i boss di Maierato.
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