Sarebbe stato l'elemento del clan Bonavota capace di tenere i rapporti con le altre cosche - dai Vallelunga di Serra San Bruno agli Anello di Filadelfia - con un ruolo attivo nella custodia delle armi. Questo il ruolo che negli anni diverse inchieste hanno tratteggiato per Francesco Fortuna, 36 anni, di Sant'Onofrio. In particolare, di lui aveva parlato a lungo il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi di Acconia di Curinga, personaggio legato ai fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci di Acconia, clan orbitante nella più potente consorteria che sarebbe guidata dal boss Rocco Anello di Filadelfia. Un'alleanza, quella fra i Bonavota e gli Anello, che avrebbe portato il clan dei Fruci a stringere un "patto di ferro" in un determinato periodo storico proprio con i Bonavota di Sant'Onofrio, questi ultimi intenzionati a scalzare dall'area industriale di Maierato il clan Cracolici. E' in tale contesto di alleanze che sarebbe maturato il 4 maggio 2004 a Pizzo Calabro l'omicidio del boss Raffaele Cracolici, detto "Lele Palermo" e, prima ancora, nel febbraio 2002 quello del fratello Alfredo Cracolici.

Nuovi risvolti. Anche l'omicidio di Domenico Di Leo, detto "Micu u Catalanu", avvenuto a Sant'Onofrio il 12 luglio 2004 sarebbe da inquadrare nell'ambito del controllo mafioso dell'area industriale di Maierato. A parlare agli inquirenti di tale omicidio era stata settembre 2013 anche la collaboratrice di giustizia, Loredana Patania, 31 anni, nipote dei vertici del clan Patania di Stefanaconi. Domenico Di Leo è inoltre nipote di Bruno Di Leo, 61 anni, di Sant'Onofrio, assolto in via definitiva nel processo "Uova del drago" dal triplice tentato omicidio risalente al 15 aprile del 1990 ai danni di Rosario Petrolo, Fedele Cugliari e Paolo Augurusa. Fatto di sangue che gli inquirenti hanno inquadrato nella faida fra i clan rivali all'epoca capeggiati da Vincenzo Bonavota (defunto) e Rosario Petrolo, detto "Sarino da Petrara", quest'ultimo condannato all'ergastolo per la "Strage dell'Epifania" consumata nel gennaio del 1991 a Sant'Onofrio con due morti innocenti e 10 feriti nella piazza principale del paese.

Carabinieri

Secondo gli ultimi risvolti investigativi, Domenico Di Leo sarebbe stato eliminato nelle dinamiche di contrasti interni al clan Bonavota, originate da differenti idee sullo sfruttamento mafioso dell'area industriale di Maierato. Mentre infatti i fratelli Bonavota avrebbero sposato in pieno il progetto di realizzare un grosso centro commerciale, Domenico Di Leo avrebbe "spinto" per la realizzazione di una catena di autolavaggi.

Il pretesto dell’omicidio è stato tuttavia individuato dalla Dda in un’offesa fatta da Domenico Di Leo ad uno dei vertici del clan Bonavota, che aveva intrattenuto una relazione sentimentale con la cugina, da Di Leo non condivisa.

L'inchiesta "Talitha Kumi". La svolta nell'omicidio di Domenico Di Leo arriva nel corso delle investigazioni avviate dall'allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna, e che hanno portato poi la Procura distrettuale a chiudere l'operazione antimafia “Talitha Kumi”, dal nome di una cooperativa agricola di Sant’Onofrio, presa di mira dal clan Bonavota. Per tale vicenda, dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia sotto processo si trovano: Domenico Bonavota, 36 anni, ritenuto a capo dell’omonimo clan, Domenico Cugliari, 56 anni, detto “Micu i Mela”, zio di Bonavota, Giuseppe Barbieri, 41 anni, tutti di Sant’Onofrio. Rito abbreviato invece, per Gregorio Giofrè, 52 anni, detto “Ruzzo”, genero del boss di San Gregorio d’Ippona (Vv) Rosario Fiarè. Giofrè a seguito del processo è  stato assolto da ogni accusa.

Estorsioni e danneggiamenti aggravati dal metodo mafioso, i reati contestati agli imputati del processo "Talitha Kumi" i quali avrebbero tagliato nel 2011 mille alberi di ulivo della cooperativa dinanzi al rifiuto di uno dei titolari a cedere gratis al clan Bonavota 500 litri di olio all’anno. Il titolare della cooperativa sarebbe stato poi costretto a cedere un terreno al clan. Della cooperativa, oltre a Pietro Lopreiato, principale vittima delle pretese dei clan, facevano parte anche due sacerdoti: don Salvatore Santaguida, già parroco di Stefanaconi, e don Domenico Muscari, parroco di San Nicola da Crissa, altro centro del Vibonese. (g.b.)

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