Resta in carcere l'avvocato Francesco Stilo. La sesta sezione della Corte di Cassazione ha infatti giudicato inammissibile il ricorso presentato dai suoi difensori, gli avvocati Piero Chiodo e Antonio Larussa. I giudici della Suprema corte lo hanno anche condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di tremila euro in favore della cassa delle ammende. Stilo era stato arrestato lo scorso 19 dicembre nell'ambito della maxi operazione "Rinascita Scott" contro la 'ndrangheta vibonese e da allora si trova in carcere con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari e violenza privata aggravata dal metodo mafioso.

Ricorso inammissibile. Fin qui sono stati respinti tutti i ricorsi presentati dai suoi avvocati al gip distrettuale, al Tribunale del Riesame e, adesso, anche ai giudici della Cassazione dove è stata depositata una memoria con nuovi motivi al fine di smontare le accuse della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Per la difesa il quadro probatorio sarebbe "evanescente", le dichiarazioni dei pentiti che accusano l'avvocato Stilo "inutilizzabili" per mancata indicazione della fonte" e quelle del collaboratore di giustizia Andrea Mantella non pienamente attendibili. Nel dichiarare inammissibile il ricorso, i giudici della Suprema corte hanno evidenziato il contributo fornito da Stilo all'associazione mafiosa "i cui componenti – si legge nel dispositivo – anche di vertice a lui facevano ricorso in caso di bisogno, chiedendogli servigi che oltrepassavano i limiti di un corretto esercizio della professione, trasmodando nella trasmissione all'esterno del carcere di messaggi riservati, nell'introduzione in carcere di materiale processuale indebitamente posseduto, nella comunicazione della presenza di strumenti di captazione tali da creare il pericolo di intercettazione di comunicazioni, nell'incarico di intimidire o far intimidire testimoni". Gli Ermellini confermano quindi la ricostruzione del Tribunale di Catanzaro secondo cui Stilo assecondava le "strategie più spregiudicate" svolgendo "servizi che altri legali si rifiutavano di compiere".

L’ipotesi accusatoria. Nell’ordinanza firmata dal gip Barbara Saccà che ha fatto scattare lo scorso 19 dicembre il maxi-blitz, emergono stretti rapporti tra l’avvocato Francesco Stilo e la consorteria del presunto boss di Zungri Giuseppe Accorinti. Il legale si sarebbe mostrato disponibile anche a compiere azioni illecite per consentire ad Accorinti di continuare a curare i propri affari. L’avvocato avrebbe fornito informazioni su dichiarazioni di collaboratori coperte da segreto istruttorio, comunicando ad affiliati dell’organizzazione notizie investigative ottenute nell’ambito della sua attività professionale di legale o da altri appartenenti all’ambiente criminale locale, intessendo relazioni con impiegati ministeriali per ottenere informazioni. (mi.fa.)

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