Processo a Vibo per il poliziotto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Anni di indagini sino a rivelazioni inedite: i clan volevano uccidere i magistrati Bianchi e Manzini

[banner no]

di GIUSEPPE BAGLIVO

"Il carcere e l'isolamento sono qualcosa che ti segnano dentro. Lei, dottore Falvo, mi chiede se c'è qualcosa che non rifarei, ma io vivo nel presente e non posso interferire con il passato. Oggi cerco solo di far capire che quel capo di imputazione che mi viene contestato non mi appartiene. Col senno di poi, se avessi saputo che venendo a Vibo sarei stato arrestato, allora dico che me ne sarei rimasto a Reggio Calabria. Sono sospeso dal servizio e la mia vita è cambiata parecchio dopo l'arresto. Sto conoscendo le mie figlie, cosa che negli scorsi anni a causa del mio lavoro non avevo potuto fare". Si è conclusa così dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia la deposizione dell'ex capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento, accusato unitamente al suo vice Emanuele Rodonò di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del processo nato dall'operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata "Purgatorio"  che vede fra gli imputati anche l'avvocato Antonio Galati.

Maurizio Lento

Con la voce a tratti rotta dall'emozione, Maurizio Lento si è difeso da ogni contestazione raccontando anni di indagini ed i rapporti con gli altri investigatori ed i magistrati. Cosentino, 47 anni, in polizia dal 2000, dal 2001 alla Questura di Reggio Calabria, dal 2005 al 2007 alla Squadra Mobile di Reggio quale responsabile della sezione "Reati contro il patrimonio", a luglio 2007 arriva alla Squadra Mobile di Vibo. "Dal luglio 2007 all'agosto 2007 per circa un mese e mezzo sono stato vice dirigente - ha spiegato Lento in aula - della Squadra Mobile all'epoca guidata da Rodolfo Ruperti. All'atto del trasferimento di Ruperti a Caserta, il 20 agosto del 2007 sono diventato capo della Squadra Mobile di Vibo Valentia, incarico che ho mantenuto sino al 27 novembre 2011. Ho sempre avuto un rapporto ottimo con Ruperti che ho mantenuto nel tempo. Da lui ho appreso molto del patrimonio conoscitivo sulle dinamiche della criminalità vibonese che, comunque, per alcuni aspetti in parte già conoscevo per via di alcune indagini seguite quando ero a Reggio Calabria e poi nel gruppo di lavoro a Siderno nato dopo l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. Arrivato a Vibo cercai subito di capire come si muoveva la cosca Mancuso sul territorio, apprendendo molto anche dai commissari Pronestì, Condoleo e Mariggiò".

tribunale toga aula

Assenza di indagini sui Mancuso all'arrivo di Lento. "Al mio arrivo a Vibo non vi erano attività di indagini di ampio respiro, nè intercettazioni sui clan Mancuso, La Rosa e Lo Bianco. Ho conosciuto il pm Marisa Manzini - ha sottolineato Maurizio Lento - a Catanzaro ed iniziammo ad indagare sui La Rosa e sui Lo Bianco, su Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", e Nazzareno Colace ed anche sulle dichiarazioni rese dal testimone di giustizia Salvatore Barbagallo al quale non potevo di certo dire a che punto stavano le indagini sulle sue denunce che ho sempre trasmesso alla magistratura. Io mi rapportavo con il pm Manzini, non potevo di certo dire a Barbagallo su cosa stavo indagando, ed informai il magistrato che dalle indagini emergeva anche che Barbagallo era andato a lavorare a San Gregorio d'Ippona con un soggetto poi arrestato nell'operazione Autostrada. Mi viene contestato di non aver indagato sui Mancuso, ma all'atto del mio arresto - ha rimarcato Lento - io ho detto subito al gip di aver svolto molte attività investigative sui Mancuso in procedimenti penali diversi da quelli oggetto del mio capo di imputazione. Non potevo però rivelarli perchè sono attività investigative ancora non pubbliche e dove il gip ha autorizzato le intercettazioni. Sulle aste giudiziarie e l'operazione "Ultimo Incanto" - ha sottolineato Lento - c'è infatti tutta una parte non ancora pubblica e trasmessa per competenza al pm Manzini dove io ho svolto l'intera attività di indagine".

Tribunale Vibo Valentia

Quindi i rapporti con i testimoni di giustizia Giuseppe Grasso e la moglie Francesca Franzè, testi chiave nel processo "Odissea" all'epoca in corso, e le loro denunce sempre trasmesse al pm Manzini. "Grasso veniva in Questura - ha spiegato il dottore Lento - e faceva illazioni sull'intero universo, per lui erano tutti corrotti, dalla Procura ai carabinieri sino alla Prefettura. Quando però gli chiedevo di mettere per iscritto fatti di reato e cose concrete, lui per iscritto non li voleva mettere. C'era quindi da un lato la necessità di salvaguardare le dichiarazioni di Grasso confluite in Odissea, dall'altro lato l'obbligo di stare attenti alle illazioni e alle accuse in generale ed a vanvera che potevano compromettere le indagini di altri procedimenti e minare la loro stessa credibilità di testimoni di giustizia".

Maurizio Lento

Poi le indagini sui Piscopisani della Squadra Mobile di Vibo, diretta da Maurizio Lento, avviate già nel 2008 e poi continuate dall'ottobre del 2009 con il pm Giampaolo Boninsegna che prese il posto della Manzini. Sino alle indagini con il pm Pierpaolo Bruni e la rivelazione shock: i clan Bonavota, Mancuso ed Anello stavano per preparare un attentato contro il pm Marisa Manzini ed il presidente del Collegio penale del Tribunale di Vibo Valentia, Giancarlo Bianchi, che aveva condannato i Mancuso nel processo "Dinasty".

“Purgatorio”, l’ex capo della Mobile Lento: “I clan volevano uccidere Manzini e Bianchi" (LEGGI QUI)

“Purgatorio”, i rapporti fra Lento, Rodonò, Galati ed i magistrati di Vibo e Catanzaro

“Purgatorio”: la conclusione dell’esame dell’avvocato Galati ed il deposito di diversi documenti