Scandalo "Strada del Mare", regge l'inchiesta. Riesame conferma i sequestri
Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro dei beni degli indagati rigettando in toto il ricorso dei difensori. Sotto "chiave" beni per oltre 4 milioni di euro
di GIUSEPPE BAGLIVO
Rigettato dal Tribunale del Riesame l'appello avverso il sequestro preventivo di beni per oltre 4 milioni di euro eseguito il 7 marzo scorso finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Vibo Valentia e quelli del Nucleo speciale di Polizia Valutaria di Reggio Calabria nell'ambito dell'inchiesta sulla "Strada del Mare", la più grossa opera pubblica mai pensata nel Vibonese e divenuta di fatto la più grande "incompiuta" di sempre.

Sotto "chiave" restano pertanto 4 fabbricati, di cui uno ubicato a Roma e due a Milano, 47 terreni tutti ubicati nella provincia di Vibo Valentia, quote societarie in undici società riconducibili agli indagati, una ditta individuale, quattro autovetture, 22 saldi attivi esistenti sui conto correnti ed altri su rapporti finanziari. Il sequestro preventivo di beni - confermato dal Tribunale del Riesame - interessa l’imprenditore Vincenzo Restuccia, 75 anni, di Rombiolo (avvocato Giovanni Vecchio), Antonino Scidà, 50 anni, direttore tecnico delle imprese di Restuccia, Giacomo Consoli, 64 anni, di Vibo Valentia, ex dirigente dell’ufficio Lavori Pubblici della Provincia di Vibo Valentia (avvocato Antonello Fuscà), Antonio Francolino, 51 anni, funzionario della Provincia e responsabile unico del procedimento per la costruzione della “Strada del Mare”, Francesco Giuseppe Teti, 64 anni, di Filogaso, ex funzionario della Provincia di Vibo Valentia (avvocato Giuseppe Di Renzo che aveva rinunciato al Riesame).

Irregolarità nei lavori e nell’intera gestione dell’appalto vengono ipotizzate nell’inchiesta del pm Michele Sirgiovanni (foto a sinistra) che ha aperto tale filone investigativo sulla "Strada del Mare" nell’ambito della più vasta inchiesta sull’ente Provincia.
Le accuse. Le ipotesi accusatorie partono dalla gestione della progettazione dell’opera per arrivare alla sua approvazione da parte della direzione lavori e del responsabile del procedimento. Secondo quanto accertato dalle fiamme gialle, in ben undici casi è stato dichiarato lo stato di avanzamento che ha consentito, a favore dell’impresa aggiudicataria, il pagamento di importi nettamente superiori rispetto a quelli corrispondenti al valore dei lavori effettivamente realizzati. Per l’accusa, quindi, le somme dei ogni singolo Sal sarebbero state artatamente “gonfiate” concordando le percentuale da applicare di volta in volta e inserendo indebitamente lavori non previsti nel progetto iniziale, sul falso presupposto che fossero necessari per l’esecuzione a regola d’arte. Sarebbero anche emersi dei pagamenti effettuati dalla Provincia utilizzando risorse finanziare destinate ad altri fini, stornando fondi da un capitolo di bilancio all’altro. I cinque indagati devono rispondere, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni di ente pubblico e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici.
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