'Ndrangheta: omicidio Di Leo, tutte le accuse ed i retroscena dell'inchiesta
I singoli capi d'accusa a carico di Francesco Fortuna, "incastrato" dall'esame del Dna e dagli accertamenti tecnico-scientifici dei carabinieri del Ris
di GIUSEPPE BAGLIVO
Viene indicato come uno degli esecutori materiali dell'omicidio di Domenico Di Leo, ma i sicari stando al decreto di fermo del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, sarebbero stati almeno due. Francesco Fortuna è accusato di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso (agevolazione della cosca di 'ndrangheta dei Bonavota di Sant'Onofrio) ai danni di Di Leo ed in particolare di aver premeditato e pianificato "nei minimi dettagli" l'omicidio portando a compimento l’agguato il 12 luglio 2004 nel centro abitato di Sant’Onofrio e precisamente in via Tre Croci, proprio nei pressi dell’abitazione della vittima che stava rientrando dall’ospedale di Vibo Valentia a bordo di una mini car.

Scena del delitto. Domenico Di Leo, ritenuto dagli inquirenti un componente dello stesso clan Bonavota con il ruolo di "braccio armato", è morto attinto in diverse parti del corpo e segnatamente al capo, al torace e al bacino, con numerose raffiche di fucile mitragliatore Kalashnikov e colpi di fucile a pompa caricato a pallettoni, tanto che sul posto sono stati rinvenuti i bossoli di oltre 45 colpi (di cui 29 bossoli calibro 7,62 x 28, cinque cartucce esplose calibro 12, un frammento d’ogiva schiacciata e deformata).

Le armi dell'agguato e la ricettazione dell'auto usata per l'omicidio. Detenzione illegale di armi da fuoco comuni e da guerra, più il porto in luogo pubblico delle stesse sono quindi le ulteriori accuse rivolte dalla Dda a Francesco Fortuna. Si tratta in particolare di un fucile automatico calibro 12 e di un mitragliatore Kalashnikov Ak 47 modello “parà", con relativo munizionamento, poi utilizzati per la consumazione dell’omicidio di Domenico Di Leo. Ricettazione è quindi l'ulteriore reato contestato a Fortuna che per la realizzazione dell’omicidio si sarebbe servito di una Fiat Uno compendio di furto avvenuto a Pizzo il giorno prima dell'agguato a Di Leo. L'auto sarebbe poi stata incendiata dopo l'agguato e per questo a Fortuna viene contestato pure il reato di danneggiamento seguito da incendio.
I complici. Sia per l'incendio dell'auto, sia per l'esecuzione materiale dell'omicidio, Francesco Fortuna avrebbe agito in concorso con almeno un'altra persona da identificare. Gli inquirenti hanno chiaro lo scenario in cui è maturato il delitto, ma non ancora degli elementi probatori solidi per arrivare ad emettere un provvedimento di fermo nei confronti dei complici (fra mandanti ed esecutori materiali dell'omicidio) di Fortuna.

Gli accertamenti sul Dna e la prova principale a carico di Fortuna. Al di là di diverse intercettazioni e del racconto dei collaboratori di giustizia Francesco Michienzi, Loredana Patania e Raffaele Moscato, l'elemento di prova più forte a carico di Francesco Fortuna, secondo i carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia e la Dda di Catanzaro, è di carattere tecnico-scientifico.
I poliziotti della Squadra Mobile e della Squadra Volante e Divisione Anticrimine della Polizia Scientifica di Vibo Valentia, nell’immediatezza dell'agguato procedettero al sequestro della Fiat Uno risultata rubata a Pizzo la sera precedente all’agguato e successivamente abbandonata e data alle fiamme. Il veicolo, tuttavia, per cause indipendenti dalla volontà degli autori, rimase solo parzialmente incendiato e detta circostanza ha consentito di rinvenirvi all’interno, in ottimo stato, un fucile automatico calibro 12, modello “special 80” marca Benelli e un fucile Kalashnikov, completo di caricatore. Sempre in buono stato di conservazione, all’interno dell’autovettura, sono state poi rinvenute e repertate due bottiglie in plastica, quattro guanti in lattice monouso e due maniche di lana di colore blu.

Su detti reperti sono stati svolti accertamenti con indagini biologiche, affidati ai laboratori di biologia della polizia scientifica. Ulteriore consulenza tecnica era stata affidata per l’esaltazione delle impronte papillari latenti, esaltate a bordo della Fiat “Uno”.
Attraverso la consulenza scientifica dei carabinieri del Ris di Messina sono stati quindi venivano eseguiti gli esami comparativi che tuttavia davano esito negativo.
La svolta nelle indagini. Arriva attraverso la relazione di indagini biologiche effettuata nell'ambito di un procedimento penale trattato dalla Procura di Vibo. Vengono così individuati due profili genotipici riconducibili a soggetti di sesso maschile che hanno avuto un “ruolo attivo” nella commissione del grave fatto di sangue, perché le relative tracce sono state rinvenute nei guanti in lattice utilizzati. La polizia giudiziaria ha quindi proceduto ad acquisire, "in modo occulto ma legittimo", diversi profili biologici di soggetti appartenenti o vicini al sodalizio dei Bonavota che potevano aver preso parte all’agguato, per la successiva comparazione. Tale attività di polizia veniva eseguita su Francesco Fortuna ed altri quattro soggetti, tre di Sant'Onofrio ed uno di Vibo Valentia. All'esito, gli investigatori ritengono di avere prove solide nei confronti di Francesco Fortuna. In particolare sono le tracce di dna rinvenute su quattro guanti in lattice a "inchiodare" Francesco Fortuna. Le analisi hanno consentito di isolare un dna che, comparato con il profilo genotipo dell'indagato, ha dato "completa sovrapponibilità".
''Ndrangheta: omicidio Domenico Di Leo a Sant'Onofrio, un arresto (LEGGI QUI)
‘Ndrangheta: il “profilo” di Francesco Fortuna e la genesi dell’inchiesta (LEGGI QUI)
Arresto latitante Fortuna nel 2008 costò dimissioni a Gaetano Ottavio Bruni (LEGGI QUI)
‘Ndrangheta: Cassazione annulla con rinvio assoluzioni clan Bonavota (LEGGI QUI)
