Dalle intercettazioni dell’inchiesta Artemis II emerge il presunto controllo delle procedure legate ai boschi  Al centro dell’indagine informazioni riservate, stime contestate e il ruolo di professionisti e funzionari pubblici ritenuti dagli investigatori vicini agli interessi della cosca Cracolici.

I boschi pubblici come fonte di profitto e terreno privilegiato per consolidare il controllo sul territorio. È uno degli aspetti che emergono dall’inchiesta Artemis II della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che descrive un presunto sistema capace di influenzare procedure amministrative e assegnazioni di lotti forestali attraverso una rete di rapporti costruita tra imprenditoria, politica e uffici pubblici.

Secondo l’ipotesi investigativa, il punto di riferimento dell’intera operazione sarebbe stato Domenico Cracolici, che avrebbe potuto contare su interlocutori in grado di agevolare l’attività delle aziende riconducibili al suo entourage. Tra le figure indicate dagli inquirenti compare Giuseppe Vinci, responsabile dell’Ufficio tecnico manutentivo del Comune di Cortale.

Le indagini attribuiscono a Vinci un ruolo strategico nella gestione delle pratiche amministrative connesse alle attività boschive. In più occasioni, secondo gli investigatori, avrebbe fornito informazioni riservate riguardanti procedure pubbliche e documentazione necessaria per la partecipazione alle gare, contribuendo a garantire alle imprese vicine al gruppo un vantaggio competitivo rispetto agli altri concorrenti.

Uno degli episodi contestati riguarda il lotto boschivo di Malittoro. Secondo la ricostruzione accusatoria, gli indagati avrebbero avuto accesso anticipato a dati sensibili relativi alle offerte e ai soggetti interessati alla gara. Informazioni che avrebbero consentito di calibrare la partecipazione e aumentare le probabilità di aggiudicazione.

Sotto la lente degli investigatori è finito anche il lavoro svolto dal tecnico incaricato della progettazione silvicolturale e della stima economica del patrimonio forestale. La perizia relativa al lotto Malittoro avrebbe fissato una base d’asta ritenuta significativamente inferiore al reale valore commerciale del legname presente nell’area.

Gli inquirenti ipotizzano che tale valutazione sia stata ottenuta attraverso criteri non aderenti alla consistenza effettiva del bosco, con l’esclusione di alcune superfici e una riduzione del valore complessivo del materiale disponibile. Circostanze che avrebbero favorito i soggetti interessati all’acquisto del lotto.

Le conversazioni intercettate mostrerebbero inoltre un continuo confronto tra professionisti, amministratori e imprenditori sulla gestione delle procedure, delineando – secondo la Procura – un sistema finalizzato a indirizzare gli appalti pubblici verso soggetti predeterminati.

Per gli investigatori non si sarebbe trattato di episodi isolati, ma di un metodo consolidato attraverso il quale la cosca avrebbe cercato di trasformare il patrimonio boschivo pubblico in una stabile occasione di guadagno, sfruttando relazioni e informazioni riservate per condizionare le scelte amministrative.