Scaduti i termini di custodia cautelare, lascia il carcere il vibonese Michele Fiorillo, alias "Zarrillo", condannato a 8 anni nell'operazione antimafia "Crimine" 

[banner no]

di GIUSEPPE BAGLIVO


Libero per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare. E' quanto disposto dalla prima sezione penale della Corte d'Appello di Reggio Calabria per Michele Fiorillo, 30 anni, nativo di San Gregorio d'Ippona, ma residente a Piscopio (frazione di Vibo Valentia), coinvolto nell’operazione “Il Crimine”, scattata il 13 luglio scorso contro 300 uomini della ‘ndrangheta. Michele Fiorillo è stato condannato ad 8 anni di reclusione per associazione mafiosa dal Tribunale di Locri al termine del processo con rito ordinario. In appello la condanna gli è stata confermata a Reggio Calabria il 16 luglio 2015. La Corte d'appello di Reggio Calabria, nel condannare lo scorso anno Fiorillo ed altri imputati del reggino (Roberto Commisso di Siderno, Antonio Figliomeni, Vittorio Barranca) aveva fissato quale termine massimo di custodia cautelare quello del 13 luglio 2016. Tuttavia tale termine è stato poi anticipato al 2 luglio 2016 in quanto la durata della custodia cautelare non può superare i termini aumentati della metà previsti dall'art. 303 comma 4. Scaduto quindi il termine massimo della custodia cautelare (quattro anni) e calcolato il computo dei periodi di sospensione dei termini di custodia adottati in primo e secondo grado, Michele Fiorillo è ritornato in libertà non essendo ancora intervenuta la sentenza definitiva della Cassazione in ordine a tale troncone del processo "Crimine".

Michele Fiorillo

Il personaggio. Michele Fiorillo è stato condannato ad 8 anni di carcere per il reato di associazione mafiosa ed in particolare per essere un «partecipe attivo» del locale di 'ndrangheta di Piscopio, con la presenza a riunioni di mafia, l’esecuzione delle direttive dei vertici della "Società" reggina, «riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne al sodalizio». Il tutto, in stretto collegamento con gli esponenti apicali della "Provincia", la struttura mafiosa di cui si sarebbe dotata la ‘ndrangheta in provincia di Reggio. E proprio il matrimonio di Michele Fiorillo - svoltosi in un hotel di Vibo alla presenza, fra gli altri, di Rocco Aquino (indicato quale esponente di vertice della "Provincia" e del "locale" di Marina di Gioiosa Ionica), di Giuseppe Commisso di Siderno (pure lui al vertice della "Provincia") e rappresentanti delle "famiglie" Pelle e Giorgi di San Luca – viene indicato dagli inquirenti quale chiaro esempio di dipendenza del territorio vibonese da quello reggino.

Pino Galati

In tale occasione, infatti, Michele Fiorillo avrebbe ricevuto il grado di "santista", mentre il 13 febbraio 2010 - secondo i servizi di osservazione della Squadra Mobile reggina - avrebbe partecipato ad un summit a Bovalino alla presenza del boss Giuseppe Pelle di San Luca, alias “Gambazza”, del capo-crimine Domenico Oppedisano di Rosarno, di Giuseppe Commisso di Siderno (alias "U Mastru"), di Rocco Aquino, di Rocco Tassone (cl. ’46) di Cassari di Nardodipace, di Salvatore Giuseppe, detto “Pino”, Galati (di Piscopio, condannato nel processo "Crimine" nel troncone con rito abbreviato), di Rosario Battaglia e Nazzareno Battaglia, anche loro di Piscopio.

Giuseppe Commisso

Nelle intercettazioni agli atti del processo "Crimine" è direttamente il boss Giuseppe Commisso a spiegare ad un suo suo cugino come, in realtà, il matrimonio di Fiorillo era una vera e propria “riunione di ‘ndrangheta”, un incontro fondamentale dove riceveranno le cariche di “santista” sia Michele Fiorillo che “Pino” Galati e Francesco D’Onofrio di Mileto. In altre intercettazioni ambientali, captate il 15 ottobre 2009 nella lavanderia "Apegreen" di Siderno, di proprietà di Giuseppe Commisso, lo stesso boss presenta ai tre vibonesi, andati sin lì a trovarlo, il boss Rocco Aquino di Marina di Gioiosa ionica come "l’amico del defunto Damiano Vallelunga", il capo dei "Viperari" di Serra San Bruno ucciso appena quindici giorni prima a Riace dinanzi al santuario dei santi Cosma e Damiano.

foto-battaglia-moscato-fiorillo

Un personaggio di "spessore", Michele Fiorillo, che ritorna dunque libero nella sua Piscopio dove, nonostante uno dei killer e membro di spicco del clan dei Piscopisani (Raffaele Moscato) abbia iniziato da oltre un anno a collaborare con la Dda di Catanzaro, e dove indagini sui Piscopisani sono in corso ormai da diversi anni (per come svelato da ultimo in aula anche dall'ex capo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento, nel processo che lo vede imputato), di operazioni antimafia contro la "Società"di Piscopio (intesa come associazione mafiosa) ancora non se ne sono viste. Si trovano attualmente detenuti Rosario Battaglia, Rosario Fiorillo, Francesco La Bella e Michele Russo (accusati dell'omicidio del boss di Stefanaconi, Fortunato Patania), ma il resto del clan di Piscopio - pur indicato in tutti i suoi componenti da Raffaele Moscato - è ancora in stato di libertà. Quella libertà - fra lentezza della giustizia, organici della magistratura insufficienti ed indagini perennemente in corso - ora riacquistata pure da Michele Fiorillo, alias "Zarrillo", uno dei vertici della consorteria criminale di Piscopio, fra le più temute del Vibonese.

‘Ndrangheta, operazione “Crimine”, pene definitive: arrestati due vibonesi

‘Ndrangheta: sentenza processo “Crimine”, i legami fra i reggini ed i vibonesi

‘Ndrangheta: processo “Crimine”, raffica di condanne in Cassazione

ESCLUSIVO | ‘Ndrangheta, Moscato: “Piscopisani e Bonavota volevano colpire i Patania” (AUDIO)

ESCLUSIVO | ‘Ndrangheta, Moscato racconta la faida tra i Patania e i Piscopisani (AUDIO)

#FOCUS | ‘Ndrangheta: l’Antimafia ed i problemi irrisolti nel Vibonese